Pietro Ferrari detto Pietro da Pontelungo.
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Novelle di Valdimagra.
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1944. Artigianelli Editore. Pontremoli.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Testo curato da: Paolo Alberti e Catia Righi per il "Progetto Manuzio", iniziativa dell'Associazione Culturale "Liber Liber".
Aperto a chiunque voglia collaborare, realizza la pubblicazione e la diffusione gratuita di opere letterarie in formato elettronico.
Ulteriori informazioni sul sito: http://www.liberliber.it/
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Indice.
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IL VINO D'ALTURANO.
LA RICETTA DEI TESTAROLI.
IL MOLINO DEL PIANO.
FIGURE D'ALTRI TEMPI.
OSTERIE.
UN PASSAGGIO DIFFICILE.
L'ASINO DI TADDEO.
L'ULTIMO DEI BREGANTI.
UNA BURLA A DON CARLO.
IL MARCHESE DI COLLEFINO.
A TAVOLA NON S'INVECCHIA.
VECCHI SOLDATI.
IL BASILISCO.
GIOVANNI DAL SUEL.
IL MEDICO DI CERRI.
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FINE Indice.
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....se novella vera
di Valdimagra o di parte vicina
sai, dilla a me....
Dante, Purgatorio Canto Ottavo.
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Storie gaie e storie tristi: come l'anima di questa vecchia terra di Valdimagra.
Figure e scorci, colti dal vero, vicende e racconti uditi dalla viva voce di qualche narratore paesano, a veglia, durante le lunghe sere invernali o, tra un bicchiere e l'altro, in liete brigate d'amici.
Ho rievocato quelle figure, ritratto quegli scorci, narrato quelle vicende, riprodotto quei racconti, in queste pagine, scritte, volta a volta, in qualche ora perduta, pi per svago dello spirito, che per fare opera d'arte.
Non hanno, quindi, alcuna pretesa letteraria.
Pubblicandole, ora, le dedico all'umile gente della mia terra, laboriosa in pace ed eroica in guerra, quando l'Italia era suscitatrice di opere feconde e di gesta gloriose.
Ma l'Italia risorger!
Capodanno del 1944.
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IL VINO D'ALTURANO.
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Alturano era rinomato un tempo, e lo  ancora, per un certo suo vino bianco, fragrante e dorato: un vino ingannatore, che andava gi liscio come l'olio, ma che a berne qualche bicchiere di pi tagliava le gambe e legava la lingua; e, per giunta, faceva veder doppio.
Gli abitanti di Alturano erano lieti del loro vino; e, quando, in casa di qualcuno, capitava un amico o un ospite di passaggio, non si mancava di offrire il tradizionale bicchiere, che per non restava mai solo; e tutti erano felici di vederne gli effetti sull'ospite e sull'amico.
Ma, ora, i tempi sono mutati.
Ahim! Tutto, un po' alla volta, se ne va: uomini e cose, fedi e superstizioni, tradizioni e consuetudini. E gli abitanti di Alturano, ora non offrono pi agli amici e agli ospiti, con la vecchia cordialit, il loro vino famoso; ma preferiscono venderlo, a prezzo sempre pi caro, agli osti del piano. E anche l'oste di lass, smaliziato dai tempi, anzich il vino sincero, versa, spesso, vino allungato con l'acqua; sicch di bicchieri ce ne vogliono parecchi, perch se ne vedano gli effetti sul prossimo.
Ma chi si teneva fedele alle vecchie tradizioni e alle vecchie usanze era Martin da la Vigna; un buon proprietario all'antica, che lavorava da s i suoi campi e che possedeva la pi bella vigna e che produceva il vino pi famoso di tutto Alturano. Aveva moglie, con due figlie da marito, Carmela e Rosetta, e un ragazzo d'una quindicina d'anni, destinato a continuare la famiglia. Della casa faceva parte anche Pattona, un vecchio servitore, indurito nella fatica, fedele e premuroso, sentenzioso e faceto.
Martin da la Vigna abitava una grande casa un po' fuori del paese, posta lungo una mulattiera, che scendeva dai casolari pi lontani della montagna. Al pianterreno della casa c'erano la stalla, la tinaia e gli altri locali per custodire i raccolti e gli attrezzi da lavoro. Al primo piano, s'apriva una grande loggia coperta, esposta a mezzogiorno, da cui s'entrava nell'abitazione e alla quale si saliva dall'aia, per una solida scala esterna di arenaria. Dalla loggia si godeva la pi bella vista che si possa immaginare; e, lass, nella bella stagione, Martino e la sua famiglia sostavano volentieri nei momenti di riposo e, alla sera, dopo cena, quando erano finiti tutti i lavori dei campi e della stalla.
Conviene dire che la famiglia di Martino non era di quelle, come ormai ce n'erano anche lass, che prendevano il mondo come viene, senza preoccuparsi del domani: ma era una famiglia industriosa, economa e risparmiatrice. E anche per questo, oltre che per la loro bellezza, sana e promettente, non mancavano corteggiatori alle figlie di Marino. Ma questi non era disposto a darle al primo venuto. Tanto meno a certi bellimbusti, che crescevano su come piante senza radici e come estranei nel loro paese; perch ormai era di moda dimenticare tutto ci che era vecchio costume e tradizione.
Martino, invece, ci teneva alle tradizioni e alle vecchie usanze. E, come al tempo di una volta, non passava di l persona di conoscenza o di qualche riguardo che non l'invitasse in casa a bere il rituale bicchiere di vino: di quel vino fragrante e dorato, che tagliava le gambe e legava la lingua. E faceva vedere doppio.
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Ma soprattutto, alla C Granda si lavorava dalla mattina alla sera: sia per vangare i campi o per arare le stoppie o per falciare il fieno o per dissodare la vigna, sia per le semine o per i raccolti. Ma non si dimenticavano, per questo, le piccole cose, buone e gentili, che usavano un tempo. Non passava di l un povero che se ne andasse a mani vuote; e non c'era giorno che, davanti alla Madonnina della piccola Mist, posta all'ingresso dell'aia, le donne della casa non mettessero un mazzo dei fiori pi rari di campo.
Vita dura, s: ma gente contenta, che, quasi senz'avvedersene, sapeva mettere nella sua giornata laboriosa quel pizzico di bont e quel pizzico di poesia, che bastano, da soli, a dare sapore e gioia alla vita.
Ma  un condimento, che, oggi, si  fatto raro.
Martin de la Vigna lo chiamavano, scherzando, anche Martin dal Gril, perch, in una piccola gabbia, appesa a una parete della loggia, era solito tenere un grillo: uno di quei grilli, che, al tempo degli amori, alla sera, fanno sentire, per lunghe ore, il loro canto lento e monotono.
Era questa una piccola mania del buon Martino; o, forse, anche questa era una vecchia consuetudine della casa, che risaliva a vecchi tempi, quando il grillo era considerato come il genio del focolare, preannunciatore di lieti avvenimenti e faceva parte di quel piccolo mondo della famiglia: anch'esso scomparso per sempre.
Il grillo di Martino era un grillo di prato.
Cos, nelle sere d'estate, mentre Martino, la moglie e le figlie se ne stavano, nella loggia, a prendere il fresco, ad un tratto il grillo faceva sentire il suo canto. Allora, per un momento, cessavano i discorsi. Ma, pi d'una volta, Carmela e Rosetta indugiavano, a lungo, ad ascoltare in silenzio, coi grandi occhi pensosi, quel canto senza fine.
Gril, bel gril, quel che t's dil...
E ciascuna pensava: o grillo conosci il mio moroso? E sai se mi ama?
- Cri, cri, cri...
- E quando mi sposer? Quest'anno?... O l'anno che verr?
- Cri, cri, cri...
- E dimmi, grillo: sar sposa felice?
- Cri, cri, cri...
- Grillo, bel grillo, quello che sai dillo...
E Carmela e Rosetta sognavano, a lungo, coi grandi occhi stellanti. E il grillo, col suo canto, cullava i loro sogni:
- Cri, cri, cri...
Poi, quando dal campanile della chiesa, suonavano le dieci, Martino si alzava e le donne lo seguivano. Ma, sulla casa silenziosa, ancora vegliava, per tutta la notte, il grillo e la addormentava col suo canto:
- Cri, cri, cri...
E gi, dai prati e dai campi, vicini e lontani, rispondevano, senza posa, cori interminabili di grilli.
- Cri, cri, cri...
Ma, d'inverno, quando le notti erano pi lunghe, tutta la famiglia si raccoglieva sotto la gr, seduta nelle vecchie scranne di quercia, intorno alla pietra del focolare, collocata al centro, su cui ardevano i bei ciocchi stagionati, preparati con cura fin dall'estate. Spesso, a veglia da Martino, veniva anche qualche amico o qualche timido corteggiatore delle ragazze; e non mancava, ogni tanto, la Santina, una vecchia zia di Martino, che toccava quasi i novant'anni, tutta contratta e grinzosa nel suo piccolo corpo rinsecchito, ma ancora svelta e piena di vita. E l, intorno al fuoco, per lunghe ore, si parlava un po' di tutto: di nascite, di morti, di matrimoni, di quel che succedeva in paese e nei paesi vicini, di vecchie storie, che, ormai, solo i vecchi ricordavano.
E in questo era maestro Pattona, che conosceva tutti i racconti, le leggende e le facezie, talora piccanti, in cui si tramandava tutta la tristezza, tutto lo spirito e tutta l'arguzia della vecchia Valdimagra. Invece, la specialit della Santina erano storie di streghe, di diavoli, di apparizioni di fantasmi e di processioni notturne di morti: storie paurose e incredibili, che facevano stare incantati e spauriti i pi giovani, mentre le donne ascoltavano in silenzio, filando, come, un tempo, le loro nonne, la lana alla rcca, e facendo girare lestamente il fuso, al lume fioco della lucerna a olio. E la Santina continuava a parlare di spiriti folletti, e specialmente del "buffardel", che, una volta, era lo spirito familiare della casa e di cui lei conosceva tutte le ingegnosit e tutte le malizie. Era il buffardello che, di notte, andava nelle stalle, puliva le mangiatoie, rinnovava le lettiere, strigliava le bestie, faceva treccie alle criniere e alle code; oppure faceva dispetti, mettendo tutto a soqquadro, nella stalla e nella casa.
- Tutte cose vere - diceva la Santina - perch le ho viste coi miei occhi. Ma ora il mondo  mutato; e anche il "buffardel" se n' andato! E, oggi, chi crede pi ai folletti?
Poi, quando era vicina la mezzanotte, tutti si alzavano. E il vecchio Pattona, dopo aver bevuto l'ultimo bicchiere di vino, diceva invariabilmente, a chiusura della veglia:
- Ben, cerchiamo di stare allegri; ch quand'a s' morti, bona nota, sonadori!
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Una sera di settembre, in cui, dopo aver cenato, Martino era sceso, con Pattona, nell'aia per accatastare della legna fatta nella giornata, pass di l, il medico di Bagnoro, che scendeva da Tanascura, dove era stato per assistere una donna di parto.
- Buona sera, signor dottore - lo salut Martino, appena lo vide.
- Buona sera, sioria! - aggiunse rispettosamente Pattona.
Ed entrambi sospesero il lavoro, tanto pi che ormai annottava.
Dopo i saluti, Martino, secondo l'uso, invit il dottore a passare in casa per bere un bicchiere di vino. E il dottore, che si sentiva stanco, e che era sempre pronto a fare onore al vino buono e a fare quattro chiacchiere, non se lo fece dire due volte:
- Tanto - disse - ho con me la lanterna, che, per ogni buon conto, mi sono fatto dare da quelli di lass, perch, questa notte, non c' luna e tra poco far scuro.
- E voi, Pattona, come state? - aggiunse, poi, voltandosi al vecchio contadino.
- Eh! si lavora - rispose Pattona. - Ma non  pi come una volta. Si diventa vecchi e quand a ghe la neva ai monti, an fa caud gnanc al pian.
- Niente paura, Pattona! Bue vecchio fa il solco diritto - disse, ridendo, il dottore, che amava anche lui, i vecchi proverbi. E segu Martino.
Giunti sulla loggia, il dottore, dopo aver appeso la sua lanterna a un chiodo, proprio vicino alla gabbia del grillo, entr nella sala, dove c'erano le donne a sfaccendare. E quando, dopo i convenevoli d'uso, si furono seduti intorno alla tavola, con davanti bicchieri e bottiglie, il dottore domand:
- E che novit ci sono in paese?
- Brutte novit, oggi - rispose Martino -  morto Zanon da la Piagna ed  morto povero come un topo di chiesa. Ma allegro fino alla fine.
Zanon da la Piagna era conosciuto da tutti e non solo nel suo paese. Cos, tra un bicchiere e l'altro, quella sera, si parl a lungo di lui e della sua famiglia.
Una famiglia anche quella di contadini possidenti; gente di buona razza e benestante, come ce n'era poca. Ma lui, Zanon, come diceva Martino, aveva "srazzato"; e la famiglia era finita in rovina.
Buon uomo, s, quel Zanon; ma senza testa. E non aveva mai avuto voglia di lavorare seriamente; e anzich badare alla sua casa e alla sua terra, come avevano fatto i suoi vecchi, aveva preferito andare a zonzo per le fiere e per le sagre dei paesi vicini, in baldoria con gli amici. E non tornava a casa che quando aveva speso l'ultimo quattrino. La moglie, povera donna, si affliggeva di quella sua vita disordinata; e non mancava di rimproverarlo. Ma, s, era come parlare al vento! Zanon la pagava con un motto o con una facezia. E se la povera donna gli diceva, con le lacrime agli occhi, che cos rovinava la famiglia e che, per causa sua, le figlie non avrebbero trovato marito, Zanon scrollava le spalle e diceva che le sue figliuole erano le pi belle e le pi brave di tutto il paese e che marito l'avrebbero trovato anche senza la miseria di quei quattro sassi, che potevano avere di dote. Un bel tipo davvero!
Anche da giovane era stato un capo scarico e non aveva avuto che tre passioni: il ballo, la fisarmonica e le donne. Di ballerini come lui non ce n'erano mai stati, anche nei dintorni; la fisarmonica nessuno la sapeva suonare come lui; e di donne ne aveva fatta una strage. E cos tra ballo, musica e donne, una alla volta, avevano cominciato ad andarsene le terre migliori del suo patrimonio; ma, pi questo s'assottigliava, pi Zanon conservava il suo umore allegro. E anche quando fu passata l'et del ballo, della musica e delle donne, Zanon non mise giudizio e gli rimase l'amore della vita allegra. Tanto pi che, come aveva previsto lui, alle figliuole non erano mancati, lo stesso, i corteggiatori; e avevano finito per trovare marito anche senza dote e, per giunta, accasandosi bene. Ma, vendi oggi e vendi domani, anche i quattro sassi se ne erano andati e a Zanon non era rimasta che la casa; e anche questa coperta da ipoteche e sempre assediata da creditori e da strozzini. Eppure, lo credereste? Anche, divenuto vecchio e ridotto alla miseria, Zanon non aveva perduto il suo buon umore e il suo spirito faceto. Anzi, la facezia era rimasta, in ultimo, la sola ricchezza della sua vita.
-  finito come Pirlon dal Casal - comment il dottore e ci bevette su un altro bicchiere di vino. Pirlon dal Casal era stato, anche lui, un famoso buontempone, fedele, per tutta la sua vita, al comandamento: mangia, bevi e sta allegro!
Ma, malgrado i molti bicchieri bevuti, il dottore aveva ancora la lingua sciolta e pi voglia di chiacchierare che mai. E cos si continu a parlare di altre famiglie di Alturano e di paesi vicini, che erano finite in rovina, come quella di Zanon della Piagna; di famiglie che, invece, erano rimaste a galla e di altre che erano venute su dal nulla a furia di lavoro o di stenti, oppure in seguito a un colpo di fortuna, fatto in America o chiss dove.
Ma a un certo punto, Martino volle far sentire all'ospite un suo vino di bigoncio, vecchio di sette anni; e fu proprio quella bottiglia traditora a dare il tracollo alla bilancia. Il dottore s'accorse che la lingua gli si faceva grossa e che le idee non gli filavano pi chiare, nella sua testa. Allora, s'alz, salut le donne e, accompagnato da Martino, usc nella loggia; stacc dalla parete la lanterna - cos almeno credette lui - e, un po' traballando sulle gambe, discese nell'aia.
Era una notte trapunta di stelle e soffusa di un lieve chiarore siderale. Sul cielo, all'orizzonte, brillavano le gallinelle. Nei prati e nei campi, intorno, era un lieve scintillo di lucciole. Vicino e lontano, saliva nella notte un canto sterminato di grilli.
Martino propose al dottore di farlo accompagnare da Pattona fino a Bagnoro; ma il dottore protest.
- Conosco bene la strada - aggiunse. - Anzi, poich non fa ancora tanto buio, accender la lanterna, quando comincer il sentiero dei castagni, che  il pi ripido.
Si salutarono; e il dottore prese la via di Bagnoro, tenendo in mano la sua lanterna. Lungo la strada, pareva seguirlo il canto dilagante dei grilli.
Il dottore camminava di buon passo, malgrado qualche scambietto delle gambe. Anche le idee, a dire la verit, gli ballavano un po' nel cervello. Imbocc, senza quasi accorgersene, il sentiero dei castagni e continu a scendere verso Bagnoro. Come ci si vedeva chiaro con la lanterna! Ma quando aveva acceso la lanterna? Le idee, ormai, gli si confondevano nella testa; e si abbandon al corso di altri pensieri. Ah che bel sonno avrebbe fatto, appena giunto a casa, dopo aver girato tutto il giorno di casolare in casolare, fin su a Tanascura! E che vino quello di Martino! Proprio un brav'uomo Martino... e la moglie... e le figlie... proprio brave figliuole... E lui perch non s'era sposato? Cerc di cacciar via questo pensiero molesto e di pensare ad altro. - Come fa chiaro, ora la lanterna! - diceva tra s - E come cantano i grilli!... Quanti grilli!... Ma la strada gli sembrava pi lunga del solito.
Finalmente, giunse a Bagnoro, quando dal campanile, a lenti rintocchi, suonava la mezzanotte. Tutto il borgo dormiva, in silenzio; e non incontr anima viva. Si trov, d'un tratto, davanti all'uscio della sua casa, l'apr con qualche difficolt, sal nella sua camera, depose la lanterna - o quella che egli credeva la lanterna - sopra una sedia, si svest in fretta e si lasci cadere sul letto, gettando all'aria le coltri dal gran caldo che sentiva.
E dorm della grossa fino al tardo mattino.
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Martino, invece, fin dall'alba, era gi nell'aia con Pattona, per terminare il lavoro lasciato in sospeso la sera prima.
Poi, risal in casa per fare colazione. Ma, passando nella loggia, s'accorse che non c'era pi, appesa alla parete, la piccola gabbia col grillo; ma c'era, invece, la lanterna del dottore.
Martino cap a volo.
- E adesso - pens - chiss dove sar finito il mio grillo!
Chiam Pattona e gli disse che, appena avesse mangiato un boccone, doveva fare un salto fino a Bagnoro per riportare al dottore la sua lanterna e per farsi ridare la gabbia col grillo; se pure questo non aveva fatto, come era probabile, una brutta fine.
Pattona mangi in fretta, si cambi i panni, ch quel giorno a Bagnoro c'era il mercato, e part con la lanterna. Quando giunse laggi, il mercato era gi affollato di gente; ma, per prima cosa, fil a casa del dottore, che dormiva ancora della grossa. Buss, disse alla serva di che cosa si trattava; e, dopo che fu annunziata la sua visita, fu fatto entrare nella camera da letto del dottore.
Quando fu entrato, il dottore, ancora assonnato, gli chiese che cosa fosse successo per venire a quell'ora.
- Signor dottore - fece Pattona - sono venuto per portarle la sua lanterna e per riprendere la gabbia del grillo.
- Come sarebbe a dire, Pattona? - chiese il dottore, sforzandosi di capire.
- Sarebbe a dire - spieg, Pattona, - che, ieri sera invece della lanterna, ha preso, per sbaglio, la gabbia del grillo.
- Ma non  possibile! - protest il dottore.
-  tanto possibile - rispose Pattona, mettendogli la lanterna sotto il naso - che questa  la lanterna e quella l, sulla sedia,  la gabbia col grillo.
Il dottore si stropicci gli occhi e si pass una mano sulla fronte, come per ricordare meglio; e, sempre pi confuso, balbett:
- In verit... Eppure faceva cos chiaro!
- A far chiaro - fu pronto a dire Pattona - era il vino della vigna. Un vino, creda a me, signor dottore, come non ce n' un altro in tutta la Valdimagra.
Il dottore non replic; e, mortificato, salut Pattona, che usc con la gabbia del grillo, per fortuna sano e salvo anch'esso.
Ma fosse stato il vino a rischiarare la strada, come aveva detto Pattona, o la lanterna, come aveva creduto lui, fu certamente un miracolo se il dottore non si ruppe l'osso del collo, scendendo, la sera avanti, da Alturano, per il sentiero dei castagni, con quel certo vino in corpo.
Non si sa se fosse stato Pattona o la serva del dottore a passarne parola: sta di fatto che, un'ora dopo, tutto il paese e tutto il mercato di Bagnoro conoscevano, per filo e per segno, e ne facevano le pi grasse risate, l'allegra storia della gabbia del grillo, scambiata dal dottore con la lanterna e che, pure, faceva chiaro lo stesso.
Il rumore sollevato, a Bagnoro, dell'avventura del dottore non fa meraviglia.
Bagnoro, come si sa,  un grosso borgo, situato in fondo a una stretta valle, con le sue case a strapiombo su un torrente rumoroso, che scorre spumeggiando, nel fondo di un solco, che, da tempi immemorabili, si  scavato nella roccia. Ma, per chi non lo ricorda, Bagnoro era allora un luogo famoso per le sue numerose osterie, tutte rinomate per la buona cucina e per gli ottimi vini: un luogo, dove gli abitanti, chiacchierini e pettegoli, passavano i giorni e anche le notti a occuparsi delle faccende altrui ed erano cos sensibili ai racconti straordinari da credere perfino alle frottole, che essi stessi inventavano. Cos chiacchierini e pettegoli che, per essi, non si sarebbe trovato, in tutto il martirologio, una tortura pi crudele di questa: sapere una cosa e... non dirla!
A parte questo, la vera gloria di Bagnoro erano i suoi vini e la sua cucina: vini preclari, dai nomi sonanti di antiche memorie, tra cui figuravano anche quelli di Alturano; vecchia cucina paesana, sana e gagliarda, che conservava la sua saporosa onest, fatta di cure amorose e di sapienti intingoli. Per questo, le sue osterie, e non solo nei giorni di mercato o di fiera, erano anche richiamo di liete brigate di buontemponi e di buongustai; ed in esse, tra il variare dei saporosi piatti tradizionali, era tenuta in onore la nobile e antica arte dell'arrosto allo spiedo, che aveva il suo culto nelle vecchie cucine ospitali, dall'ampio camino, sotto cui troneggiava il girarrosto, con la maest solenne e bonaria di un domestico nume tutelare. Cos, sulle mense imbandite, si alternavano fragranti schidionate di tordi o di altri illustri volatili, che, nella propizia stagione, era bello assaporare al tepore di un'allegra fiammata, mentre fuori fischiava il rovaio e la neve imbiancava lo scenario dei monti.
Ora i tempi sono cambiati.
Ma la storia del grillo di Martino si racconta sempre a Bagnoro e nei paesi vicini. E dell'avventura ci guadagna ancora il vino della vigna di Martino, il pi celebre dei vini d'Alturano, il quale, anche se, di solito, confonde le idee, pu anche, qualche volta, come disse il vecchio Pattona, rischiarare la strada a chi ne abbia bevuto pi del bisogno.
Come avvenne quella sera.
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LA RICETTA DEI TESTAROLI.
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I testaroli sono una gloria esclusiva dell'alta Valdimagra.
E chi, quass, non ha assaporato la gioia di sedere una mensa imbandita, davanti a un piatto fumante della piccante pietanza?
I testaroli sono ancora, nell'alta Valdimagra, gli emuli dei tortelli. Ma mentre questi, attraverso a sempre pi raffinate manipolazioni, hanno raggiunto il fastigio di una invidiata nobilt e sono preferiti dagli stomachi deboli, i testaroli, invece, si sono mantenuti fedeli alla loro origine paesana e guerriera; e, anche oggi, conservano la loro primitiva caratteristica di cibo semplice e gagliardo, fatto per stomachi sani e invitti.
I testaroli, infatti, fecero la loro comparsa a Pontelungo, tra il cozzare delle armi e l'imperversare delle fazioni.
Ed ecco come ci avvenne.
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Quando scese in Italia l'Imperatore Arrigo, l'"alto Arrigo" di Dante, per pacificare le fazioni e risuscitare tra gli italiani l'idea imperiale, a Pontelungo ardevano, pi sanguinose che mai, le lotte tra guelfi, ribelli all'Impero, e ghibellini, fedeli all'Imperatore.
I guelfi occupavano la parte superiore del borgo turrito, i ghibellini quella inferiore; ed erano rispettivamente capeggiati dalla due avverse famiglie degli Enreghini e dei Filippi. E da vari anni durava implacabile la guerra e non accennava a cessare.
Il buon Arrigo, desideroso di ristabilirvi la pace, invi a Pontelungo, nell'aprile del 1313, un suo messo fidato, Iacopo da Cassio, con l'incarico di far deporre le armi ai guelfi, di riconciliarli coi ghibellini e di restaurare nel paese la pienezza dell'autorit imperiale.
Iacopo da Cassio era un brav'uomo, nativo di un paese d'oltre Appennino, non molto lontano da Pontelungo, e che qui aveva conoscenze e relazioni. Cos, appena giunto a Pontelungo, Iacopo da Cassio prese alloggio, col suo seguito, nel Convento di S. Francesco, situato fuori delle mura, che aveva il vantaggio di essere terreno neutrale e di cui era Padre Guardiano Fr Giuliano da Parma, suo vecchio conoscente. Aiutato dal Padre Guardiano, benvoluto anche dalla parte guelfa, il messo imperiale si mise subito all'opera per assolvere il suo incarico; ma s'accorse che la sua missione incontrava le pi grandi difficolt.
Infatti, Ottobono degli Enreghini e gli altri capi di parte guelfa, coi quali Iacopo da Cassio aveva preso contatto, gli erano larghi di promesse e di belle parole; ma non si decidevano a venire a una conclusione. E, intanto, le ruberie, gl'incendi, le devastazioni, i ferimenti e le uccisioni crescevano da entrambe le parti, dentro al borgo e nel circostante territorio.
Iacopo da Cassio ne era avvilito e, al pensiero che l'Imperatore non sarebbe rimasto contento del suo operato, passava le sue giornate triste e silenzioso.
Un giorno, mentre il povero messo imperiale passeggiava da solo nel chiostro del convento, arrovellandosi il cervello per trovare una via d'uscita con quei dannati di guelfi, lo raggiunse Fr Gorpino, che era il cuoco del convento: un cuoco di fama in Valdimagra e in parte vicina.
- Buon giorno a Vostra Signoria - lo salut inchinandosi Fra Gorpino.
- Buon giorno, Fr Gorpino - rispose il messo imperiale, continuando la sua passeggiata.
- Perdoni, Vostra Signoria - azzard il frate - E... l'affare dei guelfi come va?
- Al va ml, cr al me Fr - rispose un po' seccato Iacopo da Cassio, che, quando era di cattivo umore, usava volentieri il suo spicciativo dialetto parmigiano di monte.
- Eppure - disse Fr Gorpino, con aria sorniona - ci sarebbe il mezzo per pacificare guelfi e ghibellini e terminare la guerra, come  desiderio del nostro Imperatore.
Iacopo da Cassio si ferm e guard il frate con fare interrogativo.
- S - riprese Fr Gorpino - il mezzo c'...
- Parlate - incalz Iacopo da Cassio, nascondendo a stento la sua impazienza - Che cosa intendete di dire?
- Ecco - riprese Fr Gorpino, dandosi un contegno - si tratta di questo. C', nel mio repertorio di cucina, una pietanza inventata da me, che ancora nessuno ha assaggiato e di cui conservo il pi geloso segreto.  una vera meraviglia! Si pu fare cos: Vostra Signoria invita a un convegno, nel convento, i capi delle due fazioni nemiche ed io faccio trovare pronta, nel refettorio, una mensa imbandita con quella pietanza. Ma, poich si tratta di un cibo piccante, s'intende che bisogna accompagnarlo con vini di cartello; dei quali lascio la scelta a Vostra Signoria. E se, a pasto finito, la pace non  conclusa io non sono pi Fr Gorpino.
Iacopo da Cassio, che non sapeva pi a che santo votarsi, accett con entusiasmo e per poco non abbracci il frate.
- E che cos' questa vostra pietanza? - volle sapere il messo imperiale.
- Sono i "testaroli" - rispose il frate - Ma, per ora, Vostra Signoria non deve chiedere di pi.
Pochi giorni dopo, i capi delle due fazioni, catafratti d'armi, col loro seguito d'armati, si presentarono alla porta del convento. Era a riceverli Iacopo da Cassio, che dopo il cerimoniale dei saluti, invit gli ospiti a passare nel refettorio, dove, dopo aver assaggiato una specialit della cucina del convento, egli doveva fare alcune comunicazioni a nome dell'Imperatore.
Nel refettorio, erano gi preparate le mense, con piatti trionfali di testaroli, tra lunghe teorie di coppe, colme dei pi rinomati vini di Pontelungo, da quelli di Giaredo a quelli di Oppilo: quelli della Costa non si erano ancora affacciati alla ribalta della storia. Il messo imperiale, con ai lati i due capi delle fazioni e intorno le persone del seguito, il Padre Guardiano e i Frati del convento presero i posti loro assegnati e il pasto cominci.
Le cose andarono come Fra Gorpino aveva previsto. Appena assaggiata la novissima pietanza, fu una meraviglia generale e un coro di approvazioni si lev da tutti i commensali. E poich, come aveva detto fra Gorpino, si trattava di un cibo piccante, tutti bevettero a garganella e mangiarono fino a scoppiarne; e il pasto si prolung fra sorso e boccone, come se questo aguzzasse desiderio di quello e quello richiedesse l'aiuto di questo.
Quando parve giunto il momento buono e gli animi si dimostrarono disposti a sentimenti concilianti e fraterni, Iacopo da Cassio si lev e cos disse: Signori guelfi e signori ghibellini, l'Imperatore, mio Signore, ha il suo cuore paterno straziato da questa guerra e vuole che la pace ritorni tra voi, per il bene di voi tutti e per la maggior gloria dell'Impero.
- Noi siamo pronti a fare la pace - dichiar subito Spagnoletto Filippi, a nome dei ghibellini.
- Siamo pronti anche noi - conferm Ottobono degli Enreghini, a nome dei guelfi.
Il momento fu solenne. Gli avversari si strinsero le mani, si abbracciarono, piansero di gioia e si scambiarono dichiarazioni di pace, d'amicizia e di fratellanza, per il bene di Pontelungo e per la gloria dell'Impero.
Fu un gran successo per Iacopo da Cassio; ma il merito era di Fra Gorpino.
Fu, poi, deciso che, il giorno seguente, al suono della campana, tutto il popolo di Pontelungo fosse adunato a parlamento nel gran prato vicino al convento, per assistere alla solenne stipulazione del patto di pace tra guelfi e ghibellini. Ma Iacopo da Cassio volle anche che la pace venisse festeggiata con una grande imbandigione di "testaroli" e relativo innaffiamento di vini, cui avrebbe partecipato tutto il popolo di Pontelungo. E aggiunse:
- Paga l'Imperatore!
- Evviva l'Imperatore! - gridarono per primi i guelfi, abbracciando i ghibellini.
Le cose andavano a meraviglia e Iacopo da Cassio quasi ne pianse di gioia.
Il giorno dopo, all'ora stabilita, tutto il popolo di Pontelungo si trovava adunato a parlamento nel gran prato vicino al convento, dove gi erano state preparate le mense all'aperto. E l, sotto un albero di fico, alla presenza di Iacopo da Cassio, dei capi guelfi e ghibellini, del Padre Guardiano e di tutti i frati del convento, l'atto della pace venne solennemente steso dal notaio Alberto degli Alfieri, tra il silenzio religioso di tutto il popolo adunato. Dopo di che, Iacopo da Cassio, a gloria dei testaroli, che avevano operato il miracolo della pacificazione, e per attestare a Fra Gorpino la sua riconoscenza per la parte da lui avuta nel suo successo, volle che la ricetta della nuova pietanza, dettata dallo stesso Fr Gorpino, venisse, seduta stante, consacrata in pubblico atto, per tramandarla ai posteri "ad aeternam rei memoriam": atto che, con quello della pace, doveva conservarsi, in un apposito scrigno, nell'archivio del Comune.
Ci fatto, guelfi e ghibellini e tutto il popolo di Pontelungo, con al posto d'onore Iacopo da Cassio, i capi delle fazioni e il Padre Guardiano, presero posto alle mense, su cui, portati a riprese dai buoni frati, vennero serviti piatti enormi di testaroli fumanti, preparati dalla cucina del convento, sotto la direzione di Fr Gorpino.
Il successo super quello del giorno precedente. E quando guelfi e ghibellini e tutto il popolo di Pontelungo si furono ben rimpinzati di testaroli e di vino, l'entusiasmo super ogni limite e tutti, tra pianti di gioia e proteste d'amore, inneggiarono a Iacopo da Cassio, all'Imperatore e pi ai testaroli.
- E viva i tstar!
Tanto pi che pagava l'Imperatore!
E anche Fra Gorpino, il Padre Guardiano e i frati del convento ebbero la loro parte in quel trionfo.
La gazzarra continu anche quando, levate le mense, la folla dei commensali (ormai non c'erano pi guelfi e ghibellini!) si rivers nel borgo turrito, dove, come sempre succede in simili casi, tra grida e acclamazioni, furono abbattuti gli stemmi e gli emblemi delle opposte fazioni, a suggello della pace conclusa.
L'arguzia popolare battezz quella pace la pace dei testaroli. Ma, purtroppo, essa dur quanto la digestione di quella pantagruelica scorpacciata.
Infatti, pochi giorni dopo, la lotta riprese pi accanita che mai tra guelfi e ghibellini.
Ma se sfum la pace, rest la gloria dei testaroli. E, certamente, se Iacopo da Cassio, ripartendo da Pontelungo con le pive nel sacco, avesse portato con s la ricetta di Fr Gorpino e avesse fatto servire alla mensa imperiale la piccante vivanda, il buon Imperatore Arrigo avrebbe sorriso con benevolenza al suo messo, malgrado l'insuccesso coi guelfi di Pontelungo.
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L'atto originale con la ricetta dei testaroli, conservato per ordine di Iacopo da Cassio, nell'archivio del Comune, and distrutto nell'incendio del 1495, appiccato a Pontelungo dagli Svizzeri di Carlo VIII. Ma ne  giunta, fino a noi, una copia autentica, nella quale, malgrado alcune corrosioni della pergamena, dovute al tempo e ai topi, si pu ricostruire il testo dell'atto. Il quale dice cos:
"In nomine Domini, amen. Anno incarnationis eiusdem McccXIII, die XV mensis maii. Fra Gorpino - traduciamo liberamente dal grosso latino del notaio - cuoco emerito del convento di S. Francesco e indegno servo di Dio, per la delizia del popolo di Pontelungo rende di pubblica ragione la "regula" dei testaroli, da lui composta dopo molti anni di prove e, oggi, solennemente collaudata da tutto il popolo adunato a parlamento, in occasione della pace tra guelfi e ghibellini, alla presenza del magnifico Iacopo da Cassio, messo dell'Imperatore Arrigo ecc. ecc. Et haec est regula de conficiendis testarolis, secundum dictum Fratem Gorpinum:
Prepara una pastetta con farina bianca di ottimo grano e spalma il fondo di un "testo" di terra, prima riscaldato al fuoco, in modo da ricavarne una sfoglia sottile.
Cotta e tolta la sfoglia, taglia in piccoli riquadri, che metterai a rinvenire in acqua bollente.
Togli i riquadri dall'acqua e disponi a strati in un piatto; condisci, strato per strato, con buon pesto, fatto con basilico, poco aglio e molto olio d'oliva e cospargi con formaggio nostrano.
Questi sono i testaroli: servi ancora fumanti e aiuta il pasto con vin generoso.
Adnotatio: preferisci i "testi" fatti con terra nera di Castagnetoli.
Actum in Pontelungo, in prato apud Monasterium Sancti Francisci, presentibus venerabilis Padre Iuliano de Parma et caeteris Fratribus dicti Monasterii, necnon pluribus aliis testibus, coram Iacopo de Cassio, misso domini Imperatoris et toto populo de Pontelungo. Ego notarius ecc."
Come fra Gorpino riusc a trovare la ricetta dei testaroli? La storia non lo dice.
Ma, da quel giorno memorando, la gloria dei testaroli, solennemente e irrevocabilmente proclamata dal popolo di Pontelungo, adunato a parlamento, si propag, trionfalmente, in tutta l'alta Valdimagra. E, da allora, quel piatto paesano delizia le case dei poveri e le dimore dei ricchi: pauperum tabernas, regumque turres, come avrebbe cantato il vecchio poeta latino.
Anche oggi, i testaroli sono l'orgoglio di Pontelungo. E se ancora, per le vie del borgo turrito, irrompessero in armi altri Enreghini e altri Filippi, pronti all'offesa,  certo che, davanti a un piatto trionfale di testaroli, offerto a scopo pacificatore, col debito ausilio di convenevoli vini, anche una volta si ripeterebbe il miracolo della pacificazione, come nel tempo antico, e non sarebbe sparso sangue fraterno.
Ma, oggi, chi si ricorda pi di Frate Gorpino?
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IL MOLINO DEL PIANO.
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Questa non  una storia del tempo lontano. E neppure  una storia gaia.
 la recente storia di un paese di contadini, di cui, tra poco, non rester che il ricordo: vicenda dolorosa di tutta un'umile gente, costretta a lasciare le sue case e i suoi campi per portare con s, lungo le vie incerte del destino, il suo chiuso dolore.
Ma chi si accorge del dolore dell'umile gente?
La vita, oggi,  degli audaci. Ed anche la terra dei padri, la terra buona e materna, fecondata dall'amore e dal dolore di generazioni innumeri, va mutando, ogni giorno pi, i suoi aspetti consueti e familiari, sempre pi insidiata dall'irrequietezza e dall'ingordigia degli uomini, che l'hanno disertata e rinnegata per correre dietro gli ingannevoli miraggi dell'ambizione o dei facili guadagni.
S, oggi, la vita  ardimento e conquista.
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Praticello era, oggi si pu dire cos, un fortunato paese di contadini: un vecchio paese, che si stringeva con le sue case, annerite dal tempo, intorno alla piccola chiesa, sormontata da una cupola graziosa; un paese, invidiato per il suo bel piano irriguo, ricco di tutti i pi bei doni della terra.
Il piano di Praticello, costituito da un'ampia distesa di campi e di prati, ricavati col lavoro paziente e tenace di secoli, dal fondo alluvionale della valle, era opera oscura di intere generazioni di contadini, ciascuna delle quali aveva impresso in ogni zolla la sua orma dolorosa, tramandandone, dalle lontananze del tempo, come un mistico ricordo. E quel piano, coi suoi tre molini lungo il torrente sonoro, fiancheggiato da alti pioppi, con le sue case nuove, che crescevano, ogni anno, al margine della strada, risalente dalla stazione ferroviaria, formava la gioia di quei buoni contadini, rimasti fedeli alla terra. Perch la popolazione di Praticello, fatta eccezione di poche famiglie, era composta, nella grande maggioranza, da piccoli proprietari, che vivevano nelle loro case e coltivavano i loro campi: gente semplice e laboriosa, legata da lunghe generazioni alla terra, contenta della propria condizione, che non avrebbe mutato per tutto l'oro del mondo.
Ma un giorno uomini sconosciuti, in tenute sportive, venuti dalla citt, cominciarono a percorrere in lungo e in largo il piano di Praticello, a osservare le case, a entrare da padroni nei campi, a prendere misure, a fare domande a mezz'aria, a parlare tra loro con arie misteriose. E la gente, li guardava curiosa e insospettita; e gli uomini anziani, che erano curvi a lavorare la terra, quando li vedevano passare o fermarsi a osservare, sospendevano il lavoro e, appoggiati alla vanga, stavano a spiare le loro mosse e allungavano le orecchie per afferrare i loro discorsi.
Finalmente, si seppe, vagamente, che si trattava di impiantare a Praticello una grande "fabbrica" o qualcosa di simile: certamente qualche cosa di grosso, se, a quanto si diceva, si doveva occupare non solo la bella distesa del piano, ma lo stesso paese. E cos tutta la popolazione avrebbe dovuto abbandonare le sue case e i suoi campi e prendere le vie oscure del domani, per formarsi chiss come e chiss dove la sua nuova vita, oppure trasformarsi in una grigia e anonima folla operaia: cosa questa che ripugnava alla loro fiera individualit di contadini.
Fu un gran dolore per tutti.
Ma che cosa conta il dolore dell'umile gente dei campi?
Qualcuno, per correre ai ripari, pens di rivolgersi a qualche pezzo grosso. Ma i pezzi grossi, come se si fossero passata la parola o avessero avuto un interesse comune, menavano il can per l'aia con le medesime ciancie: che i tempi erano mutati, che il mondo cammina e che non valeva pi la pena di campare la vita grama del contadino; mentre la fabbrica sarebbe stata la cuccagna per tutti.
Ah i pezzi grossi! Essi ignorano che la gente dei campi, come quella che vive pi a contatto con la terra, la gran madre antica,  anche la pi tenacemente attaccata alle proprie consuetudini, alle proprie tradizioni e, sia pure, ai propri pregiudizi. E non sanno che troncare una consuetudine, far cadere una tradizione, distruggere un pregiudizio , quasi sempre, cosa assai pi difficile di quanto si creda. S, anche il contadino pu, con qualche facilit e per una qualsiasi ragione, adottare nuove abitudini esteriori; ma la vecchia anima campagnola non cambia per questo. E ci perch, nella psicologia del contadino, persistono, pi tenaci, tradizioni di famiglia, richiami di stirpe, nostalgie di patria, rimpianti del passato, pregiudizi religiosi e sociali: insomma, tutto il vecchio bagaglio sentimentale che preme, da secoli, inesorabilmente, sull'anima delle antiche razze.
Verit troppo spesso dimenticata dagli innovatori faciloni, che credono, con un colpo di bacchetta magica, di mutare la faccia del mondo. E la dimenticavano anche i pezzi grossi, i quali non riuscivano a spiegarsi l'ostilit dei contadini di Praticello contro l'impianto della fabbrica e non capivano che strappare un'intera popolazione agricola dalle sue case, dai suoi campi e dalle sue abitudini voleva dire, tra altro, offendere l'innato senso della propriet, cos radicato nel contadino che lavora la sua terra, e far reagire, dal profondo, il suo istinto conservatore, ribelle a piegarsi, dall'oggi al domani, a nuovi modi di lavoro e di vita.
Ma quante cose non capiscono i pezzi grossi!
Cos, la gente di Praticello fin per mandare al diavolo i pezzi grossi e piccini. E anche la Menga, che era una donna ardita e non aveva peli sulla lingua, un giorno che si sent ripetete da un pezzo grosso la solita cantafera del mondo che cammina, delle fabbriche che danno lavoro e danaro a tutti e di altre simili storie, lo piant in asso con mal garbo, masticando tra i denti, per non essere udita, questo poco cristiano augurio al suo indirizzo:
- Pos't agnir n'asidnt!
E s'allontan, imprecando contro le fabbriche e contro chi, con le fabbriche, voleva arricchire alle spalle della povera gente.
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La fabbrica, come ormai dicevano a Praticello, e la rovina che, con la fabbrica, minacciava il paese, divennero in breve l'argomento di tutti i discorsi di quei contadini.
Cos, alla sera, tornando dal lavoro dei campi, gli uomini, seduti sui murelli del sagrato della chiesa, ne parlavano ancora a lungo, mentre il sole al tramonto incendiava con gli ultimi bagliori il poggio vicino, folto d'olivi, su cui si levava, nel cielo, con le occhiaie vuote delle sue finestre, la vecchia torre della "Camin", eretta un tempo, lass, dagli antichi signori, a vedetta e a difesa delle loro terre e delle loro genti. E i pi anziani ricordavano i tempi d'una volta, quando anche i "siori" abitavano nel paese e si occupavano delle loro terre e partecipavano all'umile vita dei loro contadini. Ora, invece, i "siori" vivevano lontani e i contadini erano abbandonati a s stessi e non c'era pi nessuno a consigliarli e ad aiutarli al momento del bisogno.
E guardavano, scuotendo la testa, verso la casa dei Zambianchi, nascosta tra vecchie piante di lauri e di carpini, sporgenti dall'ampio recinto del giardino: una casa, sempre chiusa anche quella, come altre dei paesi vicini, dove i padroni non si facevano pi vedere che di rado, sempre pi estranei alla vita della gente dei campi e quasi sconosciuti, ormai, nella terra dei loro padri.
E tutti dicevano la loro.
Toninon da la Casella, un vecchio contadino all'antica, indurito nel lavoro della terra, che amava i campi lavorati col suo sudore, come se fossero i suoi, raccontava che era stato dal suo padrone, che abitava in citt, perch cercasse, lui che aveva tante conoscenze in alto, di evitare quella rovina al paese. Ma il padrone, che era un volpone alla moderna e, nella terra, non vedeva che un modo come un altro per cavar danaro e che, per giunta, sperava di combinare un buon affare con la cessione dei suoi terreni per l'impianto della fabbrica, lo aveva ascoltato con aria sorniona e indulgente, battendogli una mano sulla spalla. E gli aveva detto che, purtroppo, non c'era niente da fare, che bisognava rassegnarsi; ripetendo, anche lui, la solita canzone che i tempi erano cambiati, che lavorare la terra era un affare sempre pi magro e che la fabbrica sarebbe stata, in definitiva, una cuccagna per tutti. Cos, Toninon da la Casella aveva dovuto tornarsene al paese, scontento e avvilito. -  finita per noi! - diceva - "I siori" d'oggigiorno non sono della razza dei loro vecchi. Non amano pi la terra e non sanno che cosa farsi di noi. Io ormai sono vecchio; ma dovr andarmene anch'io e portare le mie ossa chiss dove.
E allora Isep da la Mist un uomo di poche parole e cos peloso e barbuto, che quelli che erano stati negli alpini e avevano fatto la guerra con lui, avevano battezzato col nome di Sacco a Pelo, diceva forte:
-  tutta una camorra! E chi ci rimette siamo sempre noi. Ma so io quel che bisognerebbe fare...
- Sacco a Pelo ha ragione - aggiungeva qualcuno dei pi riscaldati. Ed erano quelli che, come lui, avevano la piccola casa e qualche campo al sole. E tra essi il pi accanito era Sarvestar, il mugnaio del Molino del Piano; uno dei tre molini del paese, nascosto laggi, tra le file dei pioppi, lungo il torrente dalle acque limpide e scroscianti, che davano gioia e fecondit al piano.
 facile immaginare ci che quei contadini, in quei convegni sul sagrato della chiesa, dicevano dei pezzi grossi e dei pezzi piccini e di quelli che volevano arricchire alle spalle degli altri senza fatica e di tante altre cose, che, qui, non  il caso di ripetere.
Solo i giovani di Praticello (i giovani amano sempre le novit) e quelli che avevano lasciata la vanga per darsi ad altri mestieri davano, qualche volta, sulla voce ai vecchi. E, allora, il mugnaio si riscaldava pi che mai:
- Vagabondi! - gridava - Si vergognano di essere nati contadini e hanno paura di sporcarsi le mani, lavorando la terra. Ma chi d il pane a voi e a tutti i vagabondi come voi?  la vanga del contadino. E se tutti facessero come voi, chi resterebbe a lavorare la terra?
E a un ragazzotto di pelo rossiccio, lanuginoso e paffuto, dai piccoli occhi porcini e dal grifo all'ins, che chiamavano "al Porcht" e che, a chiacchiere, dava del filo a tutti, il mugnaio replicava, agitando le mani, come se avesse voluto picchiarlo:
- La fabbrica? Pu andar bene per te, che non hai voglia di lavorare. Non per noi che abbiamo i calli alle mani e non abbiamo paura del lavoro. Tutto viene dalla terra, a cominciare dal pane, che anche tu mangi a tradimento.
E gi contumelie che facevano restare interdetto il "Porcht" e sbellicare dalle risa tutto il crocchio dei contadini.
Qualche volta, saltava su a dire la sua anche Giulin da la Camin, uno dei pi vecchi del paese: un uomo curvo e rinsecchito, nodoso e rugoso come una vecchia pianta di fico, che, anche lui, nella sua lunga vita di lavoro, non aveva avuto altro amore che per la sua casa e altra ambizione che per la sua terra, senza cercare altra gioia e senza desiderare altro bene. E diceva:
- E di noi vecchi che cosa faranno? Nella terra c' posto per tutti, per i ragazzi e per i vecchi... Ma, senza terra, noi finiremo la vita a sbadigliare dalla noia e creperemo come tanti cani al margine della strada...
E tutti tornavano a farsi ser.
Ma a conclusione dei loro discorsi e di tutte le loro discussioni era sempre la medesima: nessuno riusciva a capire come mai, con tanto spazio al sole, per impiantare quella fabbrica ci fosse proprio bisogno di distruggere quella bellezza di terra coltivata e di abbattere un intero paese, strappando alle sue case e ai suoi campi tutta una fedele e laboriosa popolazione di contadini. Cose, come diceva il mugnaio, da offendere il buon Dio e che non si erano pi viste dal tempo dei tempi.
E allora uno di essi, detto "al Ross", un uomo attempato, che, sotto i folti cespugli dei suoi sopracigli, nascondeva, negli occhi, la sua diffidenza di contadino e che, silenzioso come un filosofo, di solito, non partecipava alle discussioni se non con qualche sorda imprecazione, lasciava traboccare la disperazione, chiusa dentro al suo cuore, e vuotava il sacco contro tutto e contro tutti. Era costui un antico mezzadro, che, col lavoro e con la tenacia di tutta la sua vita, aveva saputo elevarsi alla condizione di piccolo proprietario; e non si rassegnava al pensiero di doversene andare anche lui, abbandonando il suo campo e la sua casa, nella quale aveva sognato di finire in pace i suoi vecchi giorni.
Ma era questa la sorte di tutti i contadini di Praticello.
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Un giorno, e fu un brutto giorno per la gente di Praticello, arriv l'ordine di cominciare i lavori. E i prati dai lunghi filari di pioppi, svettanti al vento, e i campi ben lavorati, dalle ricche "pindane" di viti, che erano l'ambizione della gente di Praticello, cominciarono a essere messi sossopra da squadre d'operai; e furono divelte le viti, abbattute le piante, tracciate strade e stesi binari e alzati, qua e l, i primi mostruosi edifici, in modo che, dopo qualche tempo, il bel piano non si riconosceva pi.
Una vera rovina da far piangere il cuore a quella povera gente, che non aveva mai avuto altro orgoglio che quello della propria terra!
Poi, un altro giorno, e quello fu un giorno pi brutto ancora, si fecero i primi sfratti dalle case, cominciando da quelle sparse nel piano; e furono intere famiglie, buttate sulla strada e rimaste, d'un tratto, senza nido e senza terra. Una cosa da perdere la testa!
Anche la Menga, che abitava nell'interno del paese, quel giorno fu pi ardita che mai e ne ebbe per tutti, per i pezzi grossi e piccini e per chi voleva arricchire a spese di chi lavora e per quelli che non avevano pi voglia di lavorare; e chi pi ne ha pi ne metta.
- Birboni! - ripeteva con i pugni sui fianchi e rossa in viso per la collera - voglio vedere chi sar capace di farmi uscire di qui. In questa casa sono nata, in questa casa sono morti i miei vecchi ed io non me ne andr.
Eh no, povera Menga! Anche tu te ne andrai, come tutti gli altri; e finirai i tuoi giorni, come e dove Dio solo lo sa. E anche tu ti rassegnerai al tuo destino, come tutti gli altri, dopo aver spremuto, dal tuo vecchio cuore, l'ultima lacrima e l'ultima imprecazione.
Ma chi, contro il suo solito, non si ribell e non and sulle furie, quando anche a lui venne l'ordine di andarsene, fu il mugnaio del Molino del Piano. Questa volta non protest e non imprec.
Sent che, ormai, era finita.
Pens a tutta la sua vita, passata l, nel vecchio molino; d'inverno, quando, nelle notti senza fine, fuori faceva un freddo da lupi e soffiava la tramontana, fischiando attraverso le porte e le finestre mal connesse; d'estate, quando, dopo lunghe giornate, passate tra il lavoro dei campi e quello del molino, era solito riposare sul rustico sedile, davanti alla porta, guardando il cielo al tramonto, che fiammeggiava come un incendio, e le nubi vaganti, che s'accendevano di colori fastosi con frangie di porpora e d'oro.
Pens ai suoi vecchi che, per tante generazioni, di padre in figlio, erano nati, avevano lavorato ed erano morti l, nel molino; e prov come un nodo alla gola.
No; lui non avrebbe finito l i suoi giorni, cullati, fino all'ultimo, dalla nota canzone del suo molino!
Ad un tratto, s ricord che, da pi mesi, e cio da quando erano cominciati i lavori per l'impianto della fabbrica, le macine erano ferme. Nessuno, ormai, portava pi il grano da macinare; e sul ruolino pareva che pesasse un silenzio di morte, interrotto, di notte, dal lamento di una civetta, che veniva dall'alto della casa. Segno di cattivo augurio!
Allora, il mugnaio fu preso da un desiderio folle e improvviso di ascoltare ancora, per l'ultima volta, la nota canzone. Scese gi, nel locale delle macine, a dare l'avvio all'acqua e a rimettere in moto le ruote. Le macine ripresero a girare veloci sui loro perni, come un tempo, e ancora il vecchio molino, come scosso per tutte le sue ossature da un brivido di gioia, fu pieno del rombo della sua antica canzone.
Il mugnaio ebbe un lampo di luce negli occhi. Ma, ahim!, le macine giravano a vuoto e dalle ampie tramoggie, scosse come da una mano invisibile, non scendeva pi il grano in lunghi rivoli d'oro, n pi si spandeva intorno quella tenue velatura di farina, che si posava sui muri e sulle ragnatele della stanza.
Per tutto il giorno, il mugnaio non si mosse di l, intento a guardare le macine, che turbinavano senza tregua e ad ascoltare, in quel luogo, ove, ormai, regnavano la miseria e l'abbandono, la vecchia canzone del suo molino.
La moglie (chi non conosceva a Praticello la Marianna?) lo osservava in silenzio e si sentiva morire.
La mattina dopo, la povera donna, non si alz: disse che non stava bene.
Il marito cap. Usc dalla stanza, si allontan di buon passo dal molino e and a chiamare il Priore.
- C'la dona la sta par morir! - gli disse asciutto, appena fu davanti a lui.
- Che cos'ha? - chiese il Priore.
- Non ha nulla - rispose il mugnaio - Stamattina non si  alzata. Succede cos a noi: quando, non ci si alza pi, vuol dire che  venuta l'ora di andarsene.
E aggiunse:
- Lavorava come un uomo. E ha allevato otto figli, tutti contadini, e tutti padri di famiglia. E tutti hanno fatto il soldato. Ma armai l' fn anca l...
- E il dottore l'ha veduta?
- Per morire non c' bisogno dei dottore - disse rassegnato il mugnaio.
Il Priore lo segu; e quando, poco dopo, entr, con lui, nella modesta stanza da letto, la Marianna lo aspettava.
Gli sorrise. Respirava con difficolt. Il suo povero corpo non aveva pi carne. Teneva la mano distesa sulla coperta; ed era una mano nodosa e disseccata come un ramo avvizzito. Solo gli occhi erano ancora vivi e conservavano la fiamma di cinquant'anni di lavoro e di fede. Attendeva la morte senza turbarsi. Sapeva che, per la povera gente, ci vuol pi coraggio a vivere che a morire.
Quando il Priore se ne fu andato, la donna si sent pi tranquilla. Guard con tenerezza il suo uomo, che era stato, per tutta la vita, il compagno fedele dei giorni lieti e dei giorni tristi e gli disse con semplicit:
- Sarvestar, sento che me ne vado.
E volse gli occhi buoni e fiduciosi a un rozzo Crocifisso di legno, appeso alla parete. Anche Lui aveva sofferto; e aveva sofferto per tutti.
Guard ancora il marito. E poich, in giovent, era stata gaia e arguta di spirito, aggiunse con un sorriso:
- Sai? Appena arriver lass, domander una scranna per sedermi. Non mi sono mai seduta in tutta la vita...
Ma era stanchissima; e smise di parlare. Chiuse gli occhi e parve addormentarsi. Non si udiva che il suo respiro sempre pi affannoso.
Il mugnaio accese, sotto il rozzo Cristo di legno, una piccola lucerna a olio. Poi, si accost alla finestra e guard, attraverso i vetri, il piano di Praticello.
Nella torrida sera d'agosto, neri nuvoloni, spinti dal vento, si accavallavano nel cielo, annunciatori di tempesta. L'aria si era fatta scura. Sull'Orsaro, con un frastuono di carri giganteschi, rumoreggiava il tuono e si faceva sempre pi vicino. Raffiche di vento scuotevano i pioppi, intorno al molino. Al di l di essi, si scorgevano le case scure di Praticello e la piccola chiesa con la cupola. Il cielo, sempre pi minaccioso, era solcato da bagliori rossastri.
Ad un tratto, un barbaglio improvviso e uno scroscio enorme dettero il segno dello scatenarsi della bufera. L'oscurit era ormai completa. Rovesci violenti di pioggia a diluvio scrosciarono, con furore, sul tetto sconnesso del molino e squassarono i pioppi in un tumulto crescente di raffiche, di sibili, di schianti. Era un baleno continuo di lampi; ma, ogni tanto, un lampo pi grande accendeva l'orizzonte, scoprendo, nel bagliore improvviso, una fuga fantastica di nubi; poi, uno schianto vigoroso e prolungato, come se, a un tratto, volesse crollare il cielo.
La tempesta dur a lungo; finch a poco a poco si calm. I tuoni si fecero pi radi e lontani. Solo il torrente, gonfio da quel diluvio, continuava a rumoreggiare paurosamente, con un rotolo di massi, travolti dalla furia della corrente, dominando il rumore delle macine in moto. Ma, improvvisamente, rotta la gora dall'impeto delle acque, il mulino si ferm, come un gran cuore, che avesse cessato i suoi battiti, restando muto per sempre.
E aveva cessato di battere anche il piccolo cuore della donna.
Ormai, tutto era proprio finito!
...
...   ...
Il mugnaio, col cuore che gli batteva forte, lasci la camera, rischiarata dalla fiamma della piccola lucerna e usc fuori all'aperto.
Anche lui si sentiva morire.
Nel cielo, tornato sereno, splendeva un gran disco di luna. Come un sonnambulo, il mugnaio s'incammin verso quella rovina dei campi e dei prati, che erano stati l'umile orgoglio della gente di Praticello. Ma, presto, si ferm. Nel terso chiarore lunare, egli guard, a lungo, il piano devastato e sconvolto dalle nuove mostruose costruzioni, che lo rendevano ormai irriconoscibile ai suoi stessi occhi. Pi lontano, la chiesa di Praticello, col profilo della sua cupola, vegliava ancora, nella notte, le piccole case ormai vuote. Allora, come improvvisamente impazzito, il mugnaio protese i pugni nell'aria e li agit furiosamente in atto di minaccia, urlando, nella notte, uno spaventosa imprecazione contro chi era stato la causa di tutta quella rovina.
Gli fece eco, da lontano, un cane randagio, che ulul lamentosamente nella notte, imitando il richiamo del lupo.
La luna, intanto, si era nascosta, dietro il monte opposto, che proiettava sul piano la sua ombra enorme, come per non vedere pi quello spettacolo di desolazione e di morte.
Il mugnaio torn, a passi lenti, verso il molino.
Da un botro vicino saliva, a tratti, un roco cantare di rane.
L'uomo, ormai sperduto e senza nessuno, risal, per l'ultima volta, nella stanza silenziosa e rimase, solo, a vegliare la sua morta.
Ed era cessata, per sempre, anche la canzone del vecchio molino.
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FIGURE D'ALTRI TEMPI.
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Don Cirillo era un prete semplice e alla buona, che viveva lontano dal mondo e non scendeva, dal suo paese di monte, che una volta all'anno per recarsi a Pontelungo, per l'ultima fiera d'autunno.
Abitava all'Arlana: un piccolo paese, posto lass, sul declivio d'una montagna, al margine di radure di castagni e di cerri, poco lontano dai primi pascoli montani.
Don Cirillo era un prete che non aveva cura d'anime e viveva in famiglia: come tanti ce n'erano una volta. Diceva messa sul far dell'alba, aiutava nelle funzioni il rettore dell'Arlana e spesso era chiamato nei paesi vicini, specialmente in occasione di solennit o di funerali. Il resto del tempo, quando era la stagione, lo passava alla caccia con le reti. E allora si faceva uccel di bosco anche lui!
Oh le belle tese sul monte di Bosta, dove egli saliva prima che spuntasse l'alba, tra i pascoli montani, odoranti di erbe aromatiche, mentre, lungo il cammino, voli di pernici ancora assonnate si levavano ai suoi piedi, senza che quasi egli se ne accorgesse, e, qua e l, nella montagna, s'udivano, a tratti, sonagli di greggi e belati di pecore, portati dal vento mattutino! Ma egli era gi arrivato lass, nel luogo prescelto, quando dalla cresta dell'Alpe il sole si levava nel cielo, tra una diffusa polvere d'oro, illuminando, coi primi raggi sfolgoranti, le valli sottostanti e, su un declivo, la chiesa e le case dell'Arlana.
E di lass non tornava che a sera.
Ma l'avventura pi grande dell'annata era, per Don Cirillo, il suo viaggio a Pontelungo, per l'ultima fiera d'autunno. Partiva di buon mattino, sul suo asino bigio, infagottato in una vecchia gabbana scolorita, riserbata per le grandi occasioni, con in testa un ampio cappello dalle tese slabbrate, che lo faceva riconoscere a distanza e che faceva esclamare a quanti lo avvistavano:
- Ecco Don Cirillo!
E tutti lo salutavano, perch tutti lo conoscevano. Infatti, Don Cirillo, per quanto vivesse, per cos dire, alla macchia, era di animo confidente e di umore socievole; anche se era ingenuo e primitivo da non averne idea.
Cos, fermandosi a ogni paese, a ogni casolare, a ogni crocicchio di strada, dove ci fosse da scambiare una chiacchiera (curioso com'era sapeva e voleva sapere tutto) oppure una presa di tabacco, Don Cirillo arrivava, invariabilmente, a Pontelungo, a mezzogiorno suonato. Smontava dal suo asino bigio, lo legava a un albero, girava curiosando per la fiera, parlando con questo o con quello, e, dopo aver fatto uno spuntino con qualche provvista, che si era portato nelle ampie tasche della sua gabbana, riprendeva la via del ritorno sul suo asinello, rimasto a digiuno, facendo le stesse fermate che aveva fatto a venire e che si prolungavano anche di pi, quando qualche amico o conoscente, gli offriva il rituale bicchiere di vino.
Ma la sosta pi lunga era quella che, al ritorno, Don Cirillo era solito fare presso il suo amico Don Filippo, rettore di Cravi. Questa sosta era, ormai da molti anni, come una tradizione. Cos, appena, la Veneranda, la serva di Don Filippo, a una cert'ora, dalla loggia della canonica, avvistava, da lontano, Don Cirillo, che se ne veniva, lemme lemme, sul suo asino bigio, correva a darne l'avviso al rettore. E questi usciva ad incontrare l'amico; mentre la Veneranda andava in cucina, dove gi ardeva una bella fiammata, a mettere sul fuoco un'abbondante padellata di castagne per preparare le "mondine" all'ospite desiderato. Poi, quando le mondine erano a punto, Don Filippo e Don Cirillo, seduti nella scranna davanti al fuoco, le assaporavano ancora fumanti, tra un bicchiere e l'altro di vin nuovo di Belvedere, di cui, ogni anno, Don Filippo era solito riserbare un fiasco del pi scelto per quell'occasione. Le mondine col vino nuovo erano la passione di Don Cirillo!
E dopo che, bicchiere su bicchiere, tra una chiacchiera e l'altra, i due amici avevano dato fondo al fiasco prelibato, Don Cirillo si accomiatava, cerimoniosamente, da Don Filippo e riprendeva la via del ritorno, al passo, pi guardingo che mai, del suo asino bigio. Ma, l'asino che era un asino sapiente, e la cui sapienza si era affinata, durante quella intera giornata di digiuno, pensava lui a riportare il padrone sino all'uscio di casa. E la luna, una larga luna piena, che pareva salire sul monte di Bosta, li accompagnava lungo il cammino, illuminando l'una dopo l'altra le pieghe delle piccole valli, fino a innondare di una diafana luce d'oro tutta l'ampia distesa della montagna, su cui ogni roccia, ogni sporgenza del terreno, ogni albero segnava una sua grande ombra nera. Ma quando l'asino e Don Cirillo, seguiti anch'essi, passo a passo, dalla loro ombra enorme, giungevano in vista delle prime case dell'Arlana, la mezzanotte al campanile della chiesa era gi sonata da un pezzo!
Poi dopo l'annuale avventura, Don Cirillo riprendeva, lass, la vita selvatica di ogni giorno; e fino all'anno seguente non si faceva pi vedere dagli abitanti del piano.
S, Don Cirillo era ingenuo e primitivo, da non averne idea. Ma lo appariva anche di pi, quando gli accadeva di uscire, sia pure per poco, dalla cerchia ristretta delle sue abitudini di lass.
Sentite questa.
Una volta, per recarsi, come soleva ogni anno, alla fiera di Pontelungo, invece di prendere la solita via di Cravi, Don Cirillo decise di passare da Filantiera, per prendervi il treno. Il quale era ancora una novit per lui; perch la ferrovia era stata inaugurata, in Valdimagra, solo da pochi mesi e Don Cirillo non aveva ancora visto "il vapore", come dicevano lass, che dalle balze dei monti, quando se ne andava alla caccia con le reti e il treno passava in fondo alla valle, con un lontano rumore di ferraglie, lasciando dietro a s lunghi pennacchi di fumo.
Don Cirillo, adunque, scese, sul fido asino bigio fino alla stazione di Filantiera. Ma, a causa delle ripetute fermate, fatte, come al solito, lungo la via, arriv alla stazione che il treno stava gi per partire. Si lasci calar gi, in fretta, dall'asino; arriv affannato, sotto la tettoia della stazione, quando il treno cominciava a mettersi in moto e, mentre i viaggiatori lo guardavano ridendo dai finestrini, si mise a gridare, agitando le braccia e facendo segni al macchinista:
- O quell'uomo dal "vapore"! O quell'uomo dal "vapore"! Fermatevi! Fermatevi! Devo andare alla fiera di Pontelungo... Sono Don Cirillo!
Ma l'uomo dal "vapore" non se ne dette per inteso; e il treno, accelerando la corsa, fu presto lontano dalla stazione.
Allora, Don Cirillo, non sapendosi rendere conto di tutta quella fretta, lui che ne aveva sempre cos poca, si volse verso un signore che era l, con un gran berretto gallonato sulla testa, e gli disse, con accento di profondo disgusto:
- Che gente c' mai al giorno d'oggi! Non farebbero un piacere, gnanc'a morir!
Di questa avventura di Don Cirillo si parla ancora nei paesi del piano. E c' ancora pi d'uno, che si ricorda anche di Don Cirillo, con la sua grande gabbana scolorita e col suo ampio cappello dalle tese slabbrate, che lo faceva riconoscere a distanza, quando, una volta all'anno egli appariva da lontano, curvo e dondolante sul suo asino bigio, per andare alla fiera di Pontelungo. E la gente diceva:
- Ecco Don Cirillo!
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OSTERIE.
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Un tempo, Pontelungo e altri paesi della Valdimagra erano rinomati per le loro osterie. Ed era quando si viaggiava con la diligenza, che, come si sa, fece la sua prima apparizione in Valdimagra, verso la met dell'ottocento.
Era il tempo in cui postiglioni, vetturali, carrettieri battevano da padroni le grandi strade, con l'allegro schiocco della frusta, insegna del loro dominio. Cos, lungo le strade, si snodavano e si incrociavano vetture, carretti e carri, al lento passo dei cavalli e dei muli da stanga o da trapelo, sfoggianti vistose bardature di cuoio: briglie con bubboli, fiocchi e frangie dai colori sgargianti, testiere e museruole ornate, collari, redini, tirelle, dossiere, sellini, sottopancia, groppiere, imbrache, anelli e borchie d'ottone, ogni cosa rifinita, imbottita, guarnita come oggi non si usa pi.
I conducenti, fieri dei loro equipaggi, attraversavano paesi e villaggi, passavano davanti ai casolari, salutando con motti e frizzi vecchie e nuove conoscenze o schioccando allegramente la frusta. Anzi, tra i giovani carrettieri, non mancavano i virtuosi della frusta, che non avevano rivali nell'arte, diremo cos, dello schiocco. Era, allora, un tempestare della frusta, come in un incalzante e vertiginosa farandola di sibili e di schiocchi, da far girare, davvero, la testa. E al richiamo s'affacciava alla finestra qualche bella, ripagando con un sorriso il virtuoso e ricambiando con vivacit facezie e saluti.
Poi ogni tanto, la sosta all'osteria. E, allora, sui dorsi dei cavalli e dei muli venivano gettate belle coperte ricamate e gualdrappe di lana per proteggerli durante la fermata.
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Oltre che nei luoghi principali, le osterie erano disseminate lungo la via della Cisa, sui due versanti dell'Appennino, e vi segnavano le tappe della diligenza, per la sosta dei viaggiatori e per il cambio dei cavalli. Cos, ogni volta, all'arrivo della diligenza, davanti a ogni osteria, si ripetevano le medesime scene vivaci e pittoresche: viaggiatori che scendevano per rifocillarsi o rinfrescarsi, cavalli fumanti che venivano staccati dalla vettura per il cambio; carri, carrette ed altri veicoli, fermi lungo il margine della strada per lasciare riposare cavalli e muli, mentre, all'interno dell'osteria, era tutto un affacendarsi per servire i nuovi arrivati, tra voci e grida di barrocciai, di vetturali e di viandanti, tra colpi di pugno sulle tavole e tintinnio di bicchieri e di bottiglie, tra rumori e frastuoni d'ogni genere.
Poi, la diligenza riprendeva la via al trotto dei cavalli freschi, che il postiglione, dall'alto della serpe, incitava con la voce e con allegri scopp di frusta. E il viaggio proseguiva tra un succedersi continuo di paesaggi e di panorami, che sono la caratteristica della Valdimagra e che fermavano, ad ogni tratto, l'attenzione dei viaggiatori. Ma, in qualche salita pi ripida, il postiglione scendeva a terra e camminava a fianco dei cavalli, stimolandoli con qualche sua canzone, che risvegliava gli echi della montagna o sbizzarendosi a staffilare i ciuffi d'erba ai margini della strada. E, qualche volta, scendevano anche i viaggiatori per alleggerire la vettura o per fare qualche passo a piedi; n era raro che, in qualche punto pi difficile, i pi volonterosi dovessero prestarsi a spingere la vettura o a far forza di braccia sulle ruote per toglierla dall'incaglio.
E peggio capitava in certe giornate d'inverno, quando la neve o il maltempo bloccavano la diligenza in qualche luogo di sosta della montagna. Ma a tutti i disagi e a tutte le avventure del viaggio era conforto la cordiale ospitalit delle osterie, sparse lungo la via e che si prodigavano, a gara, per far buona accoglienza ai viaggiatori.
Erano osterie patriarcali e accoglienti, nelle quali, secondo le stagioni, si sostava nella vasta cucina, davanti a una calda fiammata oppure all'aperto, al riparo di una pergola in fiore: care, vecchie osterie, nelle quali, secondo le stagioni, si sapevano offrire ai viaggiatori, saporate primizie o specialit prelibate. Cos, d'autunno, erano celebri sui due versanti dell'Appennino, gli arrosti allo spiedo di tordi o d'altri uccelli di passo, sempre pronti per essere serviti: arrosti, a quel che ancora si ricorda, ben degni della Rosticeria dei Poeti, cara a Cirano, nonch dell'inclito appetito degli ospiti, aguzzato dai primi freddi e dal viaggio avventuroso attraverso l'Appennino. Ed erano, durante la sosta, liete tavolate, animate dalla sana letizia, che sempre infondono nei cuori una mensa bene imbandita e il tepore di un gran fuoco ristoratore, mentre, fuori, urgeva la minaccia della neve e ululava, per le gole dei monti, la tramontana.
Viaggiare in diligenza era, allora, un po' un'avventura, non priva di colore romantico e di poesia.
Ma, oggi, tutto ci non  pi che un ricordo del passato; e le gaie e avventurose storie di viaggio, care ai nostri nonni, appartengono, ormai, a un tempo favoloso, scomparso per sempre.
Oggi si viaggia in ferrovia. E le automobili che passano veloci, lungo la strada della Cisa, non sostano pi nei consueti luoghi dimenticati, che segnavano le lente tappe della diligenza. E anche le vecchie osterie hanno chiuso per sempre le loro porte ospitali, care ai ricordi nostalgici.
Il nostro tempo tutto ha sacrificato alla velocit. E, se ci ha guadagnato la comodit del viaggiatore, ci ha perduto la poesia.
Per questo, il pensiero nostalgico ci riporta, volentieri, a ritroso degli anni, al tempo, in cui si faceva la strada della Cisa al passo lento della diligenza; al tempo in cui l'umanit non aveva fretta e anche la vita, ignara delle ansie dei giorni presenti, era forse pi lieta: certo, pi serena.
Ma l'umanit, come Ahasvero, ubbidisce alla legge inesorabile, che porta impressa nella sua creta originaria: cammina!
S, cammina: senza soste e senza ritorni.
Sempre pi avanti e sempre pi in alto!
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Di queste osterie, Pontelungo, come importante luogo di sosta e di pernottamento ai piedi dell'Appennino, ebbe dovizia nel passato. E chi volesse cercare nelle vecchie carte e risalire ai tempi in cui si viaggiava a cavallo o anche sulla pi modesta cavalcatura di S. Francesco, potrebbero mettere insieme una lunga nota delle osterie, pi o meno celebri, che, nei vari tempi, contribuirono a tener alto il buon nome dell'ospitalit paesana; dall'Osteria del Cappello, dove, nel 1494 un signor De Foix, al seguito di Carlo VIII, nel suo primo passaggio da Pontelungo, lasci in pegno due tazze d'argento, per il conto non pagato di 32 scudi e mezzo; all'Osteria della Corona, dove il 22 gennaio 1548, fu arrestato Giulio Cybo poco dopo decapitato a Milano; fino all'Osteria di Zanotto, di chiara fama seicentesca.
Ed  veramente un peccato che Michele de Montaigne non ci abbia lasciato il nome di quell'osteria di Pontelungo, che lo ospit la sera del 22 ottobre 1581 e dove, a cena, gli "fu dato come prima cosa il caccio" e poi "delle olive senz'anima acconciate con oglio e aceto in forma d'insalata, bonissime", come si legge nel suo Voyage en Italie, scritto un po' in italiano e un po' in francese.
Ma, qui, bisogna precisare che le osterie di Pontelungo acquistarono fama per ben altro che per il cacio e le "olive senz'anima", lodate dal filosofo francese; almeno dal seicento in poi, che fu il periodo d'oro per le osterie di Pontelungo, note per vanto di vini prelibati e di gustose vivande, a letizia del corpo e a gioia dello spirito.
Si pu anche dire che esse conservarono il loro carattere paesano e patriarcale, anche quando, nell'ottocento, qualcuna assunse a dignit di albergo: come l'Albergo del Pavone reso illustre dal ricordo di Vincenzo Gioberti e caro ai soggiorni di Carlo III di Borbone, Duca di Parma e Conte di Pontelungo o l'Albergo della Stella, legato agli ultimi ricordi romantici della diligenza. E tacciamo di proposito, degli alberghi d'oggi, che hanno dovuto adattarsi ai tempi; perch purtroppo, tradizione e colore locale, oggi, non bastano pi al viaggiatore frettoloso e al turista esigente, che preferiscono le comodit moderne alle vecchie consuetudini, la cucina internazionalizzata a quella folcloristica, il termosifone allo... scaldaletto!
Torniamo, dunque, alle osterie, che, fino ai nostri giorni, contribuirono a tenere alta la tradizione gastronomica e il buon nome della ospitalit paesana. Anzi, se il barbaro Hans Barth, che am sinceramente l'Italia attraverso alle sue osterie e tale amore esalt in quel suo libro Hosteria, per cui scrisse una deliziosa prefazione l'"acquatile" Gabriele d'Annunzio, avesse avuto occasione, nelle sue peregrinazioni bacchiche, di sostare anche a Pontelungo, senza dubbio, avrebbe aggiunto un capitolo di pi al suo libro, a gloria degli osti e delle osterie della nostra terra. Se pure, per rendere il debito onore a tutte le dette osterie, ciascuna delle quali aveva il vanto o d'un suo vino prelibato o d'una sua specialit gastronomica, non gli fosse accaduto di fare la fine di quel buon vescovo tedesco o boemo, che, in viaggio per Roma, avendo sostato a Orvieto, bevve tanto di quel vino che vi lasci le sue ossa venerande. Et propter nimium est...
Certo  che l'"osteria"  ancora, a Pontelungo, una istituzione tradizionale: un vecchio, caro luogo di bacchiche delizie, che ricorda la gioiosa e serena vita d'un tempo. Per questo, i buoni pontelunghesi sono sempre stati fieri delle loro osterie; e se, oggi, ne esagerano anche, qualche volta, i meriti,  solo per il buon nome della tradizione. Ma, per verit, anche ai nostri giorni in alcune di esse, si ritrovano lieta accoglienza, onesta compagnia e vin mero. Vino che anche il vecchio Orazio, se tornasse al mondo, non sdegnerebbe di cantare, in un suo carme bacchico, come il ccubo e il falerno, invitando gli amici a bere: nunc est bibendum... E in qualcuna di esse, se non proprio in molte, si conserva il culto della confortevole cucina tradizionale: cibi sani, onesti, casalinghi, vini esilaranti della Costa, di Giaredo e d'altri luoghi insigni. E usano ancora darvisi convegno buontemponi e buongustai, di gusti non... acquatili, iniziati a tutti i misteri della vecchia cucina paesana. N  raro che vi si imbandiscano ancora quelle agapi trionfali, che erano, un tempo, vanto delle riunioni conviviali e che segnavano come altrettante date memorande nei fasti gastronomici di Pontelungo. Agapi veramente fastose, alle quali potrebbe sedere, giocondamente, lo stesso ricordato Hans Barth, se anche lui non fosse morto: degnissimo re del convito, davanti alla solenne maest del fiasco, in cui scintilla il vin generoso, che concilia gli animi e rallegra i cuori.
Ma per fortuna, gli osti di Pontelungo, non hanno mai letto Orazio e nulla sanno di Hans Barth. E preferiscono riserbare ai loro fedeli le delizie della loro cucina e le lusinghe dei loro vini preclari.
Onore, dunque, agli osti e alle osterie di Pontelungo!
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Ma, anche nei dintorni di Pontelungo e nei paesi vicini, non mancano osterie, che conservano la vecchia tradizione delle liete e oneste accoglienze: osterie alla buona, dove  ancora possibile bere in letizia l'onesto bicchiere di vino. E anche in esse non  raro trovare buona tavola e oste accogliente o sorridente ostessa; s che all'occasione  possibile improvvisarvi quegli onesti camangiari, che nascono e si prolungano tra sorso e boccone, alimentati dall'antica sapienza della cucina paesana, oltre che dalla onest dei vini locali.
Anzi, qualcuna di tali osterie  ancora mta preferita di liete comitive, che amano conciliare la gioia conviviale con la delizia dello spirito. Perch  vecchia saggezza aggiungere al piacere della mensa il diletto d'una scampagnata; dato che anche il paesaggio, per gli spiriti raffinati,  sempre gioioso condimento del buon mangiare. Ed  anche, cos, che meglio si apprezza l'onest dei vini suddetti: vini chiari e profumati, color del rubino e del bel giallo d'oro; vini, sani e intatti, non intristiti da acque battesimali, forse per un residuo di paganesimo, che ancora si occulta nell'anima degli osti di campagna. E non mancano quei vini traditori che, a guardarli e ad assaggiarli, han l'aria innocente di santi a van gi che  un incanto: ma, se bevuti oltre il segno da qualche incauto, si tramutano in diavoli e ne combinano d'ogni colore.
 giusto, per, riconoscere che la vecchia saggezza conviviale, che di solito presiede alle mense, in tali convegni, fa s che i partecipanti non oltrepassino quella giusta misura, che  indizio di superiorit anche nell'arte del mangiare e del bere.
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Ma, tra le osterie, care alle vecchie consuetudini, ce n' ancora qualcuna, in qualche luogo fuori mano, invitante e discreta, che sembra offrirsi come un'oasi di solitudine a chi ha sete d'illusione e di poesia e cerca un'ora d'oblio, dimenticando la realt per il sogno.
Sognare! Vecchia cosa romantica, che fa sorridere gli scettici e gli imbecilli; ma che basta da sola a riempire la pi vasta solitudine. Cos, davanti al bicchiere, mentre l'occhio sembra guardare lontano, un mago prodigioso popola, d'un tratto, la solitudine dell'anima di visioni serene e di seducenti fantasmi e vi fa sbocciare, gioiosamente, il fiore meraviglioso, che basta a dare i profumi inebrianti dell'illusione e della poesia.
Questo pu ancora trovare, in un angolo discreto e suggestivo d'osteria, l'errante cercatore di sogni. E anche per questo, molto si deve perdonare alle nostre osterie.
Ma, purtroppo, tutto passa. E non solo la gloria del mondo!
Cos, anche le vecchie, accoglienti osterie, delle quali era giusto scrivere, qui, l'elogio, vanno man mano scomparendo con le antiche usanze ospitali, sotto l'incalzare dei tempi nuovi, sempre pi pervasi di spirito egoistico e utilitario.
E, oggi, capita sempre pi spesso di imbattersi in osti come quello di Crocevia, detto Veleno, che versa il suo vino sospetto con aria cos funebre e immusonita che vien voglia di riconciliarsi, una volta per sempre, con tutti i bevitori d'acqua di questo mondo.
Anche a costo di meritare il rigore della vecchia sentenza del saggio medico Avicenna: essere il vino permesso solo agli uomini di bello spirito e vietato ai balordi.
Proprio vero: tutto passa....
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UN PASSAGGIO DIFFICILE.
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Quella notte Don Giocondo non aveva chiuso occhio; e, quando, al mattino, le prime luci dell'alba cominciavano appena a schiarire il terso cielo d'aprile, contro il suo solito, era gi in piedi.
E ne aveva motivo. Quel giorno era la festa di San Giorgio Martire, patrono di Rocca Ventosa. E per giunta, proprio quel giorno, doveva salire fin lass, in visita pastorale, il Vescovo di Pontelungo.
Appena ebbe finito di vestirsi, Don Giocondo spalanc la finestra, che dominava, dall'alto, le case del paese, e guard gi, nella valle sottostante, dove villaggi e casolari cominciavano a distinguersi, qua e l, sui greppi e tra le pieghe dei monti, nella caligine del mattino. Poi, usc dalla stanza per dare la sveglia alla canonica; e per prima cosa, and a bussare, ripetutamente, alla porta della camera vicina, dove dormiva il cappellano, che era giovane e aveva il sonno duro. Era lui che doveva dire la prima Messa. Dopo, sal al piano di sopra per chiamare la sorella e la vecchia serva, alle quali era riserbato il compito principale della giornata: preparare il pranzo per gli invitati, che, tra preti, fabbriceri e altri ospiti, salivano, quel giorno, a una ventina di commensali.
Don Giocondo era noto per il suo carattere allegro e socievole e per la cordiale ospitalit, con cui accoglieva, alla sua mensa imbandita, e non solo per la festa di S. Giorgio Martire, preti e amici dei paesi vicini, che spesso uscivano da quelle prove conviviali con le gambe meno salde e con la lingua meno sciolta. Oh le belle tavolate festanti, in cui, dopo acconci prelud di assortiti salumi, di invidiata confezione casalinga, seguiva, in un crescendo trionfale, la lunga serie dei piatti tradizionali, con sapienti intermezzi, secondo le stagioni, di trote di torrente in salse piccanti, di galletti di primo canto in padella, di lepre alla cacciatora, di saporosi rosari di tordi di passo allo spiedo o di altre rarit! Era tutta una fragrante e svariata sinfonia delle pi rare e gustose specialit, che Don Giocondo, il mago sapiente, esperto di tutti i misteri della gaia scienza della cucina, sapeva imbandire, con dovizia e finezza, per la delizia dei suoi ospiti. E a tutta questa grazia di Dio erano degna scorta i pi illustri vini locali, non esclusi certi vini traditori di cui Don Giocondo possedeva il segreto e che, seduto in gloria re del convito, egli era solito propinare regalmente, come colpo di grazia, al levar delle mense. Ma chi, dopo tanta prova, conservava sicure le gambe e pronta la lingua era sempre lui, Don Giocondo.
Don Giocondo s'abbandon, per qualche momento, al rifluire di quei grati ricordi. E al pensiero che, proprio quel giorno, tra i consueti commensali, c'era anche Monsignor Vescovo, ebbe una punta di contrariet.
- Proprio oggi doveva venire quass quel sant'uomo! - brontol tra s. Ma, subito, come voleva l'indole del suo carattere gioviale, si rasseren, prese in fretta il caff e usc dalla canonica.
Nel sagrato della chiesa erano gi ad attenderlo Rocco del Molino di Sopra con la sua mula bardata a festa, alla quale era riserbato l'onore di portare il Vescovo fin lass, e altri parrocchiani, che, con Don Giocondo alla testa, dovevano scendere in fondo alla valle, per andare incontro a Monsignore, fino al Ponte Alto, dove terminava la strada carrozzabile.
Appena la comitiva s'avvi, preceduta da Rocco con la sua mula, che faceva sfoggio, per l'occasione, di una vistosa briglia nuova, carica di fiocchi e di bubboli e con i larghi paraocchi ornati di borchie d'ottone, dall'alto del campanile di Rocca Ventosa proruppe, improvviso, un festoso scampanio, che dilag nel cielo ormai chiaro, soffuso dalle prime luci del sole, che accendevano qua e l le cime pi alte dei monti. A quel saluto mattutino risposero, l'uno dopo l'altro, vari campanili della valle della Cravia, innondandola tutta con un coro di voci argentine.
Era il primo saluto di Rocca Ventosa e dei paesi vicini al Vescovo di Pontelungo.
Prima di arrivare al Ponte del Cuccarello, una larga frana, smossa dalle piogge recenti, aveva interrotto la mulattiera e rendeva difficile il passaggio. La comitiva la attravers, rallentando il passo e camminando con cautela; ch sotto, a grande profondit, s'apriva il precipizio sul torrente. Ma la mula di Rocco, resa pi arzilla dalla sua bardatura a festa e dalla sua bella briglia nuova, pass pi svelta di tutti, puntando i piccoli zoccoli nel terreno infido, con un'agilit e con una sicurezza da sbalordire.
Don Giocondo, con la mula di Rocco e con la sua comitiva, giunse al Ponte Alto, quando il sole, nel suo pieno splendore, si era gi affacciato sulla valle.
Al Ponte Alto, a salutare il Vescovo, erano scesi anche altri preti, coi loro parrocchiani, dai paesi vicini. L'attesa non fu lunga. Poco dopo, infatti, allo svolto della strada, sotto l'arco dei grandi castagni, che la fiancheggiavano, apparve la carrozza, che portava il Vescovo, col suo segretario.
Appena sceso a terra, Monsignore salut, benedicendo e sorridendo, la folla dei devoti, che si strinse intorno a lui; e, dopo le riverenze d'uso, seguito dai preti, s'avvi verso il luogo, dove attendeva Rocco con la sua mula.
Aiutato da Rocco e da Don Giocondo il Vescovo inforc la mula e il corteo si mosse: avanti il Vescovo, sulla mula, con a fianco Rocco, che conduceva a mano la bestia; dietro, come scorta d'onore, i preti e, poi, il codazzo dei fedeli.
La mattinata era bellissima e l'aria fragrante di tutti i profumi della primavera rinascente. Qua e l, nei prati, che gi si ammantavano di verde, era una festa di meli in fiore.
La mulattiera saliva, tra uno svariare di paesaggi, nel sole mattutino. E la mula, fiera di portare sul suo dorso un cos venerando personaggio, affrettava il passo, mentre il Vescovo continuava a salutare, sorridendo e benedicendo, i paesani che s'incontravano lungo la strada e allo sbocco dei sentieri, scendenti dalla montagna. E la gente s'inginocchiava al passaggio del Vescovo e guardava, con ammirazione, la mula dal pelo rossigno e lucente, dalla groppa larga e robusta, che affrontava arditamente la salita, movendo fieramente la testa al ritmo dei piccoli zoccoli, agili e sicuri, ringalluzzita per la sua briglia nuova, ornata di fiocchi e di bubboli e coi larghi paraocchi, lucenti di borchie d'ottone.
Passato il Ponte del Cuccarello, al punto dove cominciava la frana, il corteo si ferm. Il Vescovo, dall'alto della mula, guard il passaggio pericoloso e il sottostante precipizio, in fondo al quale rumoreggiava il torrente; e, non fidandosi troppo delle assicurazioni di Don Giocondo sulla generosit della mula, volle scendere di sella, preferendo attraversare la frana a piedi. Pass prima la mula, condotta da Rocco, con un'andatura agile e sicura, come se caracollasse sopra un prato fiorito; segu Don Giocondo, che non aveva certo la disinvoltura della mula, per fare, diremo cos, da battistrada al Vescovo. Il quale, dopo aver azzardato qualche passo sull'abisso, spalancato ai suoi piedi, si sent preso dalle vertigini e, malgrado gli incoraggiamenti di Don Giocondo, non se la sent di proseguire. Allora, sorretto da Don Giocondo e da un altro prete, che gli veniva di rincalzo, Monsignore rincul cautamente fino al margine della frana, rimettendo piede sul terreno sicuro.
- E adesso come si fa? - pens tra s Don Giocondo.
In verit, l'affare era serio, perch delle due una: o superare, ad ogni costo, l'ostacolo o tornare indietro fino al Ponte Alto per prendere un'altra strada. Ma era una strada pi lunga e c'era il pericolo d'arrivare in ritardo a Rocca Ventosa. E doleva al buon Pastore far attendere, pi del necessario, le sue pecorelle di lass.
Si tenne consiglio tra i preti e i maggiorenti, mentre la folla dei fedeli, tenendosi a rispettosa distanza, seguiva, commentando, le fasi del conciliabolo.
Ad un tratto, Don Giocondo, che era uomo di risorse, ebbe un'idea grandiosa. Poich la vista del precipizio dava le vertigini al Vescovo non c'era che un rimedio eroico: impedirgliene la vista, applicando a Monsignore la briglia coi paraocchi della mula. Si convenne di fare cos, e il buon Vescovo si rassegn.
Don Giocondo, trionfante per la sua trovata, richiam indietro Rocco, che, con la sua mula, attendeva dall'altra parte della frana. E, quando Rocco si fu avvicinato, Don Giocondo tolse egli stesso alla mula la bella briglia, coi suoi fiocchi e coi suoi bubboli e coi grandi paraocchi dalle borchie lucenti; l'applic, con riguardosa precauzione, alla testa del Vescovo, che lasciava fare con santa rassegnazione, mentre la folla dei devoti assisteva, sbalordita; poi con tono deciso, che non ammetteva replica, ordin:
- Ed ora, Monsignore, venga dietro a me.
Don Giocondo s'avvi, con passo guardingo, preceduto da Rocco con la mula, rimasta, con sua mortificazione, con la sola cavezza, per la traccia incerta del sentiero, attraverso la frana. E il Vescovo gli tenne dietro, non vedendo altro, col riparo dei paraocchi, che la striscia del sentiero ai suoi piedi e, davanti, la massiccia figura di Don Giocondo, che gli toglieva ogni altra visuale. E dietro ad essi, l'un dopo l'altro, li seguirono gli altri preti e, poi, la lunga coda dei fedeli, stupefatti dell'insolito spettacolo del Vescovo, che li precedeva, portando sulla testa, invece del nero cappello a cordoni scarlatti, la briglia della mula, carica di fiocchi e di bubboli, coi larghi paraocchi adorni di borchie d'ottone lucenti.
Superato il passaggio pericoloso, il Vescovo, non ancora rimesso dalla sorpresa di quell'avventura e anche, conviene dirlo, dall'emozione, si lasci, docilmente, togliere la briglia coi paraocchi da Don Giocondo, che la pass a Rocco, il quale, a sua volta, torn ad applicarla alla mula. Dopo di che, il Vescovo, con l'aiuto di Rocco e di Don Giocondo, rimont sulla mula, pi fiera che mai d'aver ripreso le sue onorifiche funzioni, e si rimise in cammino verso Rocca Ventosa, seguito dal corteo dei preti e dei devoti, che si erano venuti ingrossando per via.
Ma la notizia della singolare avventura aveva preceduto il corteo a Rocca Ventosa. E cos, quando il Vescovo, benedicendo e sorridendo dall'alto della mula, bardata a festa, raggiunse le prime case del paese, dove tutta la popolazione era venuta a dargli il benvenuto, mentre le campane suonavano, dall'alto, gioiosamente, e sparavano a salve i mortaretti, tutti gli occhi sbirciavano furtivamente, con un sorriso malizioso, la bella briglia nuova della mula, tutta a fiocchi e a bubboli e coi grandi paraocchi dalle borchie d'ottone lucenti.
Arrivato sul sagrato, il Vescovo smont dalla mula e, preceduto da Don Giocondo e seguito dai preti, entr nella canonica per un breve ristoro, dopo il viaggio avventuroso; mentre la folla dei devoti, sempre pi numerosa, si stipava in chiesa per assistere alla Messa cantata e per udire la parola del Pastore.
La funzione riusc oltremodo solenne e la parola del Vescovo fu ascoltata con grande edificazione da tutta la popolazione di Rocca Ventosa e dai numerosi devoti accorsi lass per la festa di S. Giorgio Martire. E la compunzione fu grande in tutti, anche se, ogni tanto, le ragazze e i giovanotti del paese si scambiavano occhiate furtive; anche se, per tentazione del maligno (Vade retro Satana!), perfino nei momenti pi solenni della funzione, a distrarre il raccoglimento dei fedeli s'affacciava il pensiero improvviso del Vescovo, con sulla testa veneranda la briglia nuova della mula di Rocco adorna di fiocchi e di bubboli e coi larghi paraocchi dalle borchie lucenti d'ottone.
Dopo la Messa, la gente sfoll dalla chiesa e ognuno si ritir a casa, dove attendevano le mense imbandite in onore del Santo Patrono e degli ospiti. E cos fecero il Vescovo, i preti e gli altri convitati di Don Giocondo, che li accompagn, con festosa cordialit, nella grande sala da pranzo, dove tutti presero posto intorno alla tavola, col Vescovo al posto d'onore, seduto in una grande poltrona a bracciuoli.
E durante il pranzo, rotto il ghiaccio coi primi discorsi e vinta, a poco a poco, la soggezione, che, malgrado l'avventura del mattino, dava a tutti l'ospite inconsueto, Don Giocondo ritrov la sua regalit d'anfitrione. Anzi, dopo qualche cauta battuta d'assaggio, il discorso scivol, come per caso, sul passaggio della frana e sui paraocchi della mula di Rocco.
E il Vescovo, che oltre a essere un sant'uomo, era anche un uomo di spirito, vinto, a sua volta, l'imbarazzo dei primi accenni, fu il primo a riderne di cuore. E quello fu il segno della generale letizia; e Don Giocondo si ritrov, finalmente, nel suo elemento. Cos, anche quell'anno il rito conviviale, in onore di S. Giorgio Martire, si svolse con la consueta abbondanza. E si prolung pi dell'ordinario; anche se, per la presenza del Vescovo, quella volta non si verific il caso che qualcuno ne uscisse con le gambe meno salde e con la parola meno sciolta.
Dopo i vespri solenni, ebbe luogo la processione, pi solenne che mai. Dal piazzale della chiesa, dominante il paese, fin gi alle prime case, ai piedi del colle, cominci a scendere la lunga sfilata: prima fanciulle e giovinette vestite di bianco, poi, sempre a due a due, uomini e donne con ceri accesi, confratelli in cappa bianca e rocchetto rosso, con grandi crocifissi su croci dorate, con stendardi e gonfaloni bianchi, rossi e azzurri; e, infine, portata a spalla, l'immagine del Santo, dipinta a tinte vivaci e, dietro, sotto il baldacchino scarlatto a frange d'oro, il Vescovo, procedente in atteggiamento ieratico e recante l'ostensorio d'argento dorato, circondato da preti e da chierichetti, tra uno sfarfallare di cotte, di mozzette e di piviali dei pi vari colori e uno sfavillare di argenti e di ori, in un trionfo di torcie e di lanterne dalle vistose dorature, portate su lunghe aste, tra un agitarsi di turiboli e un effondersi di grandi nuvole d'incenso. Tutto un insieme fantasmagorico di luci, di colori, di drappi e di stoffe, ondeggianti al vento, che si snodava lentamente lungo la via ripida, nella luce sfolgorante del sole, tra un alternarsi di litanie e di canti, mentre le campane suonavano a distesa, accompagnate da spari di mortaretti a festa. E, dietro la processione, la massa oscura dei fedeli e dei curiosi, accorsi in folla dai paesi vicini.
Era gi tardi, quando, rientrata la processione, il Vescovo ripart da Rocca Ventosa, salutato, come all'arrivo, da tutta la popolazione e dagli spari dei mortaretti; accompagnato, lungo la via del ritorno, dal suono festoso di tutte le campane della valle.
Quella sera, Don Giocondo, dorm tutta la notte, sognando di camminare lungo il margine di un precipizio, tra un continuo squillare di campane e allegri spari di mortaretti, con in testa la briglia nuova della mula di Rocco, carica di fiocchi e di bubboli e coi paraocchi dalle lucenti borchie d'ottone. E lo seguiva processionalmente tutta la popolazione di Rocca Ventosa, in una gloria di sole e di nuvole d'incenso.
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L'ASINO DI TADDEO.
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Questa era solito raccontarla, a veglia, il vecchio rettore di Grappoli buon'anima. E, ogni volta, ci aggiungeva una frangia nuova per renderla pi interessante e terminava, invariabilmente, il racconto, facendo un po' di morale ai suoi ascoltatori.
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Taddeo era un brav'uomo; ma era un bietolone che credeva a tutto. E pi erano grosse e pi le credeva.
Ecco che cosa gli capit una volta.
Taddeo, un giorno, and alla fiera di S. Genesio, a Filetto, per comprare un asino.
Questa fiera, come sapete,  la pi famosa di quass e si tiene in una grande spianata di castagni, sulla fine di agosto. Vi accorre, da ogni parte, gran folla di gente; un po' per farvi acquisti, ma pi per divertirsi. Vi si danno specialmente convegno giovanotti in cerca di avventure e ragazze da marito. Soprattutto, vi si mangia e vi si beve allegramente, sia nelle osterie improvvisate dentro le "frascate", che sono recinti di frasche, sia nelle merende imbandite, all'ombra dei castagni, dalle numerose comitive. Vi trionfano tortelli, salumi e galletti arrosto. E la baraonda dura fino a mezzanotte.
Ma a Taddeo non importava di tutto ci. Egli not solo che alla fiera c'erano molti asini, tanto che rimase a lungo incerto sulla scelta. Finalmente, ne adocchi uno che faceva al caso suo; e, dopo aver molto tirato sul prezzo (dovete sapere che Taddeo era anche avaro) finalmente lo acquist.
Taddeo condusse l'asino fuori della fiera, lo inforc a pelo e tranquillamente s'avvi per tornarsene a casa. Non aveva mai posseduto un asino come quello! Era una bestia bella d'aspetto e salda di gambe, dal passo elastico e svelto e, per giunta, docile alla voce e alla mano. Taddeo ne era proprio contento.
Giunto, sul far della sera, all'osteria del Ponte, si ferm per berne un bicchiere. Sentiva proprio il bisogno di bagnarsi il becco, dopo il gran caldo di quella giornata!
Scese dall'asino, lo leg a un albero poco discosto ed entr nell'osteria. Ordin un bicchiere, poi un altro, poi un altro ancora; e mentre i bicchieri si succedevano, Taddeo faceva all'oste, che era suo amico, le lodi dell'asino e della sua scelta.
Due mariuoli, che l'avevano fiutato a volo e che l'ascoltavano da un tavolo vicino, uscirono fuori e, veduto l'asino legato all'albero, decisero di rubare la bestia a Taddeo e, per giunta, di prendersi beffa di quel famoso babbione. Detto, fatto.
Tolsero la cavezza all'asino e mentre uno dei due portava via la bestia, pi docile che mai, l'altro infil la sua testa nella cavezza, al posto di quella dell'asino, e attese l'uscita di Taddeo.
Quando Taddeo usc dall'osteria, un po' brillo per i molti bicchieri bevuti e dopo che si era gi fatta notte per il molto tempo da lui perduto a fare le lodi dell'asino, potete immaginare la sua meraviglia nel trovare, legato all'albero, al posto dell'asino, un uomo in carne e ossa. Stava per gridare e chiamare aiuto, quando l'uomo dalla cavezza, con voce contraffatta, lo supplic:
- Per amore di Dio, tacete, buon uomo! Vi dir la verit. Io non ero un asino; ma un uomo condannato a prendere, per un certo tempo, la forma d'asino, a sconto dei miei peccati: perch, purtroppo, ero un gran bestemmiatore! Ed  successo che, proprio quando voi eravate nell'osteria a discutere con l'oste,  scaduto il tempo della mia penitenza; ed io sono tornato ad essere quello che ero. Ma, ora, tocca a voi slegarmi dall'albero e darmi, finalmente, la liberazione.
Taddeo si fece il segno della croce e, senza fiatare, tolse la cavezza all'uomo, che lo ringrazi e gli disse, con uno strano tono di voce, che gli fece gelare il sangue nelle vene:
- Ed ora, buon uomo, non parlate con nessuno di quanto  accaduto!
E Taddeo mantenne la parola.
L'anno dopo, Taddeo torn alla fiera di S. Genesio per comprare un altro asino. Gir in lungo e in largo, per la fiera; e non trov una bestia che facesse al caso suo.
Ad un tratto ebbe un sussulto.
No, non s'ingannava!
L'asino, che aveva comprato l'anno prima era l legato ad un albero, con la testa bassa e con gli occhi semichiusi. Taddeo gli si avvicin e lo guard a lungo, perplesso. Poi, si chin sulla bestia, come per osservarla meglio e, dopo essersi assicurato che nessuno potesse udirlo, accost la bocca ad una delle sue grandi orecchie e disse piano:
- Ds la verit, galantom: av forsi arbiastm?
L'asino, cos parve a Taddeo, tir un profondo sospiro e accenn di s con la testa: l'uomo era ricaduto nel suo peccato!
Allora, Taddeo, chinandosi ancora verso l'orecchia dell'asino, gli sussurr con una punta di malignit:
- Non parler, con nessuno; ma, scusate, questa volta non vi compro pi!
E un po' impressionato del caso, un po' soddisfatto per essersi vendicato del cattivo acquisto, fatto l'anno prima, si allontan e fece ritorno a Grappoli. E, questa volta, fece la strada a piedi, come era venuto; e senza fermarsi all'osteria del Ponte per berne un bicchiere, malgrado il gran caldo che faceva.
E anche questa volta mantenne il segreto.
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Dopo il racconto, il buon rettore di Grappoli, tirava fuori il suo grande fazzoletto rosso e verde, si soffiava rumorosamente il naso e, invariabilmente, aggiungeva:
- Questa non  una storiella. Ma la bestemmia amici miei,  un brutto peccato; e chi bestemmia, meriterebbe, davvero, di essere cambiato nell'asino... di Taddeo!
E tutti gli davano ragione.
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L'ULTIMO DEI BREGANTI.
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Cosimo dei Breganti era l'ultimo dei fratelli.
Ma, ormai, era vecchio anche lui.
Non aveva preso moglie. E nell'antica casa, dove era nato e vissuto, aveva visto, uno alla volta, sparire i genitori, gli zii, due fratelli preti e alcune sorelle, rimaste zitelle.
Remigio, il fratello maggiore, era partito, poco pi che ventenne, per l'America; si era formata, laggi, una famiglia e non era pi tornato. Ed erano passati, ormai, tanti anni!
Cos il signor Cosimo, come lo chiamavano a Cravi, e in tutta la valle della Cravia, viveva solo, ultimo della numerosa famiglia, in quell'immensa casa, divenuta, da tempo, silenziosa e triste, come un vecchio convento abbandonato. Ma, in verit, quel vasto edificio, o meglio le varie costruzioni, che ne formavano l'insieme, in qualche suo pi caratteristico elemento, presentava, piuttosto, l'aspetto arcigno di un vetusto maniero, dal quale, un giorno, i vecchi signori fossero partiti per qualche misteriosa impresa, senza lasciare pi alcun ricordo di s.
Era un importante casamento, costruito in tempi diversi, chiamato "il Palazzo", e che, nell'aspetto esteriore, conservava le traccie d'una passata opulenza. Lo attestavano i grandi e pesanti portali di pietra arenaria, sormontati da stemmi gentilizi corrosi dal tempo; la profusione della stessa pietra, abbondante nella valle, nelle finestre, nello scalone d'ingresso e nelle scale interne, nelle balconate e nei loggiati. Ma, ovunque, anche pi evidenti, erano i segni dell'incuria e dell'abbandono; e tutto presentava un aspetto desolato di rovina, dall'ampio giardino antistante, recinto da muri cadenti, e in cui crescevano, nei pi intricati grovigli, erbe e arbusti selvatici; ai tetti, sconnessi che lasciavano filtrare, da ogni parte, l'acqua; alle imposte delle porte e delle finestre, che cadevano a pezzi e attraverso le quali entrava, da signori, il vento, risvegliando, nelle gelide notti d'inverno, gli echi morti delle sale e delle stanze deserte. Sull'accavallarsi ineguale dei tetti, come una torre signoresca, e tale era stata forse in origine, si levava la colombaia, dalla quale, un tempo, gli ospiti pennuti si sparpagliavano, intorno, a predare i campi di grano dei vicini, quasi a ricordare il vestigio d'un antico privilegio e l'ultima affermazione di un diritto sulla terra altrui.
Ma quel tempo, ormai, era lontano. Ed erano molti anni che la colombaia era vuota. L'unico inquilino rimasto lass era un vecchio gufo, che, ogni tanto, si affacciava, da un crepaccio del muro, con la sua aria sconsolata di filosofo melanconico, per guardare, coi suoi occhi rotondi, la vecchia casa in rovina, facendo sentire, nella notte, il suo monotono grido di malaugurio.
Ed erano anche molti anni che era cominciata la decadenza della famiglia. Anzi, questa era gi avviata a rovina, quando venne al mondo lui, Cosimo: ultimo dei Breganti.
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Tuttavia, per qualche tempo ancora, la famiglia aveva conservato gli usi tradizionali delle vecchie case dei "siori" della valle: prima di tutto quella della larga e cordiale ospitalit.
Un'altra consuetudine, o meglio una gelosa tradizione, alla quale si erano mantenuti tenacemente fedeli gli uomini della casa, in cui, secondo l'uso antico, solo il primogenito aveva continuato la famiglia, era quella della caccia. Anzi, questa consuetudine essi avevano sempre esercitato, quasi con l'ostentazione di un privilegio ereditario: ci che, spesso, era causa di rivalit con signori dei paesi vicini e risvegliava vecchi rancori e vecchi antagonismi tra famiglie.
Per tal modo, malgrado i tempi mutati, i Breganti avevano continuato a rappresentare quel tipo di signore di campagna, che non era raro nei nostri paesi: met contadino e met signore, rude e affabile a un tempo, che, con uguale sicurezza, sapeva dirigere i lavori dei campi o capeggiare un'impresa di caccia; che si recava alle fiere e alle sagre dei dintorni col fucile a tracolla, con la fida scorta di qualche contadino, e non disdegnava il cordiale bicchiere di vino, bevuto all'osteria, con la gente del luogo; che sapeva, volta a volta, far onore alla buona tavola presso gli amici o accogliere questi nella sua casa, con cordiale ospitalit. E, cos, anche nelle mutate fortune, nella famiglia dei Breganti, continuavano gli antichi usi patriarcali tra padroni e contadini; i quali, nelle lunghe sere invernali, solevano ancora riunirsi, intorno al fuoco, nella vasta cucina padronale dal monumentale camino stemmato, parlando del pi e del meno, delle novit del paese e dei paesi vicini, del tempo, dei lavori della terra e dei raccolti, raccontando avventurose imprese di caccia o rievocando vecchie storie di odi e di amori o di sangue, tramandate di generazione in generazione.
Erano queste, su per gi, le consuetudini di vita che si conservavano in quasi tutte le superstiti case di signori dei paesi vicini: vita semplice e patriarcale, che avvicinava padroni e contadini. Anzi, gli uni e gli altri, in certi aspetti esteriori, poco differivano tra loro; ch anche i padroni, fuorch nelle sagre e nelle occasioni solenni, usavano grosse scarpe e ruvidi panni, come i loro contadini, coi quali avevano, spesso, comuni idee, abitudini, superstizioni. E questa comunione finiva per creare, tra padroni e contadini, particolari vincoli di attaccamento e di cordialit e, talora, schiette relazioni d'amicizia. Ma, a poco a poco, i tempi nuovi e le mutate condizioni delle famiglie, avevano fatto scomparire anche i resti di quelle vecchie consuetudini. E si faceva sempre pi frequente il caso di antichi signori, che si riducevano ad abitare, da contadini, qualche ala superstite delle loro vecchie dimore cadenti; quando non erano contadini arricchiti che si venivano annidando in esse da padroni, sloggiandone gli antichi proprietari, finiti in rovina.
Cos, i tristi segni dello sfacelo apparivano, ogni giorno pi, anche nella casa dei Breganti, specialmente da quando, morti tutti quelli della sua famiglia, il signor Cosimo ne rest l'unico abitatore. Anzi, da allora, le lunghe conversazioni coi contadini, nelle sere d'inverno, sotto l'ampio camino della cucina padronale, che gi si erano venute diradando negli ultimi anni, finirono per cessare del tutto; e cessarono anche, un po' alla volta, le relazioni del signor Cosimo con i conoscenti dei paesi vicini e con gli stessi compaesani. In ultimo, egli si ridusse a vivere, in piena solitudine, nella casa deserta dei suoi avi, che cadeva giorno per giorno, in rovina, come tutto quel vecchio mondo, nel quale egli era, per tanti anni, vissuto. E quasi a ricordare al solitario abitatore la triste vicenda della famiglia, sulla facciata annerita della casa, sotto una vecchia meridiana scolpita nell'arenaria, si leggeva ancora, in parte corroso dal musco, il verso desolato.
Tempora si fuerint nubila solus eris.
Solo un fido contadino, detto l'Abat, andava, ogni giorno, nella casa del padrone per sbrigarvi qualche pi grosso servizio. Ma ogni giorno pi, il padrone si adattava a far tutto da s; e le visite del buon uomo si facevano sempre meno necessarie e, quindi, sempre pi rade. D'altra parte, il padrone, sempre pi geloso della sua solitudine, dimostrava d'avere ben pochi bisogni. Preferiva prepararsi da s i modesti pasti; e da s faceva anche tutte le piccole cose indispensabili, che, un tempo, erano cura amorosa delle donne della casa. E l'Abat, mortificato, scrollava tristemente la testa, come per dire che, nel cervello del suo padrone, c'era ormai qualche ruota, che non andava pi per il suo verso.
Cos, all'infuori della cucina, della stanza da letto, di un piccolo salotto, dove si conservava una veneranda spinetta, ricordo di tempi lontani, e della libreria, tutta la parte restante della casa era chiusa da anni e le stanze, le sale, i corridoi erano rimasti cos come li avevano lasciati gli ultimi ospiti, che se ne erano andati, in silenzio, l'uno dopo l'altro. Ed era raro che il signor Cosimo vi rimettesse il piede.
La cura pi importante per lui era ormai quella di preparare, egli stesso, due volte al giorno, il pasto per i suoi cani, discendenti di quei segugi e di quei bracchi di razza, che erano stati un tempo l'orgoglio della casa. Ma erano anni che la muta irrequieta non seguiva pi il padrone alla caccia; e ad essa non restava, ormai, che il pi umile ufficio di abbaiare furiosamente, ogni volta che qualcuno bussava alla porta o saliva le scale della casa. Ed anche i bei fucili, che, volta a volta, al tempo della caccia, appena spuntava l'alba, il signor Cosimo si metteva fieramente a tracolla, tra i latrati gioiosi dei cani, erano, da anni, appesi alla parete di una sala, come un inutile trofeo d'armi, lasciato l a ricordare tempi e imprese ormai dimenticati.
Tra questi ricordi, anche il signor Cosimo era venuto invecchiando, nella triste solitudine della sua casa. E per quanto fosse da tutti stimato per la sua probit e per il suo disinteresse, quel suo modo strano e solitario di vita aveva finito per influire sul suo carattere, naturalmente chiuso e scontroso, e per renderlo, ogni giorno pi, diffidente e sospettoso, misantropo e stravagante. A sua volta, il suo carattere inselvatichito acuiva, sempre pi, il suo bisogno di solitudine. Avveniva, cos, che, quando qualcuno, per un qualche motivo, veniva a bussare alla sua porta, il signor Cosimo, prima di dare segno di vita, andava a spiare, cautamente, da una specie di guardiola, chi fosse il visitatore e se questi, come sempre pi spesso avveniva, non era di suo gradimento, lasciava che l'importuno continuasse a bussare a sua voglia, mentre dall'interno rispondeva solo il furioso latrare dei cani.
Ma quando il visitatore era nel suo calendario, il signor Cosimo scendeva ad aprire; accoglieva l'ospite con la cortesia e la cordialit dei vecchi tempi; lo invitava a salire in casa e, se era persona di riguardo, lo accompagnava nel piccolo salotto, dove era la vecchia spinetta. Poi, dopo i convenevoli d'uso, che sapeva fare con innata signorilit, egli andava a scovare, nelle misteriose cantine della casa, una di quelle venerande bottiglie, per le quali era andato famoso un tempo, in quella e nelle valli vicine, il nome dei Breganti.
E se i visitatori erano in pi, dopo la prima o le prime bottiglie di rito, per dare il benvenuto agli ospiti, il signor Cosimo, dopo aver chiesto a ciascuno, con buon garbo, l'anno di nascita, usava far seguire altrettante bottiglie quanti erano i presenti, e ciascuna dell'et di ciascuno di essi: sorpresa che otteneva sempre grande successo e alla quale egli teneva moltissimo. Forse, il signor Cosimo, che non mancava di studi, si ricordava della famosa bottiglia oraziana, coeva del poeta: o nata mecum, console Manlio... E quando gli ospiti davano prova di stomaco gagliardo e facevano onore ai prelibatissimi vini, il viso del signor Cosimo s'illuminava per la gioia.
Era questo dei vini dell'et veneranda l'ultimo vanto dell'ultimo rampollo dei Breganti.
E gi, nelle cantine della vecchia casa, c'erano bottiglie che avevano passati i cent'anni!
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Quell'inverno era stato pi precoce del solito e il signor Cosimo si era fatto pi misterioso che mai.
Passava le lunghe serate, solo, accanto al fuoco, sotto l'ampio camino della cucina, seduto nella grande poltrona di quercia intagliata, rivestita di pelle a fiorami e ornata di grosse borchie d'ottone, gi riservata, per privilegio e consuetudine, al pi anziano della casa.
Non riceveva, ormai, che qualche contadino.
Ma non si occupava pi dei tre o quattro poderi, ultimo avanzo dell'antico patrimonio della famiglia, contentandosi dei prodotti, che nelle varie epoche dell'anno, gli portavano i contadini. E i contadini abbandonati a s, facevano il loro comodo, senza, per, cessare da quei segni di rispetto, che i loro vecchi avevano sempre avuto per la famiglia dei padroni.
Un giorno gli mor il vecchio mugnaio del molino del Ponte: molino che era un antico possesso della famiglia ed era situato appena fuori del paese, lungo il torrente della Cravia. Il signor Cosimo, per non aver da fare con faccie nuove, non lo sostitu. Ma, poco dopo, una notte, i rari passanti videro illuminato l'antico molino e sentirono dall'interno, con superstizioso terrore, il sordo rumore delle macine in azione. Era il signor Cosimo che, per una strana idea, e, certo, per non lasciar morire una certa consuetudine, era andato a riprendere l'opera, lasciata interrotta dal mugnaio. E, da quella notte, ogni sera, egli torn al molino. Vi si chiudeva con circospezione e attendeva al suo lavoro, aprendo ogni tanto, furtivamente, la porta per ritirare i piccoli sacchi di grano, di granturco e di castagne, che le donnette, sull'annottare, venivano a deporre sulla soglia e che egli, ogni mattina, sull'alba, tornava a deporvi, colmi di farina, senza neppure detrarne la molenda, prima di tornare a rintanarsi nella sua casa solitaria. Poi, anche le sue visite notturne al molino si fecero pi rare; finch, una notte, il molino pi non si accese di luci e le macine rimasero ferme per sempre.
Ma da allora il molino del Ponte fu chiamato, nel paese, il "molino degli spiriti"!
Cos, man mano che i giorni passavano, nella desolata solitudine, il pensiero del signor Cosimo pareva, indugiarsi, a rievocare il tempo trascorso della sua vita, le vicende della sua famiglia, le cose ora liete ora tristi, di cui era stata testimone la vecchia casa. E, qualche volta, egli passava lunghe ore a ricercare, in qualche vecchio stipo o negli scaffali polverosi della libreria, antiche carte ingiallite o dimenticate reliquie del passato lontano.
Ma, da qualche tempo, con una strana insistenza, tornava a riaffacciarsi alla sua mente il ricordo di quel suo fratello maggiore, che, un giorno, aveva lasciata la casa paterna e che, per tanti anni, non aveva pi dato notizia di s. E questo ricordo veniva a battere sempre pi tormentoso alla porta della sua anima; da quando, sul finire dell'estate, gli era giunta dall'America una lettera, scritta da lui.
Gi, qualche nuova di quel fratello era arrivata, ogni tanto, in paese, portata da qualche emigrato, che tornava di laggi. Ma, in quella lettera, era lo stesso fratello, ormai dimenticato, che, dopo tanti anni, si faceva vivo per dar notizia di s, per raccontare al fratello rimasto l'avventura della sua vita e il segreto della sua anima; per parlargli della famiglia, che si era formata laggi. S, i primi anni erano stati difficili; ma poi le cose erano andate per il meglio. Ed ora i suoi figli si erano fatti uomini e si erano creati, anch'essi, una famiglia. Ma, ormai che era rimasto vedovo e che il suo compito era finito e che tutto era espiato, non aveva pi che un desiderio: ritornare al suo paese, finire i suoi giorni nella vecchia casa dove era nato, dormire l'ultimo sonno accanto ai suoi vecchi, che mai aveva dimenticati.
Quella lettera turb, come un avvenimento imprevisto, il solitario abitatore della casa dei Breganti. L'ombra d'un tratto risorta, e fatta realt, di quel suo fratello maggiore, che ormai era come morto per lui, cominci a fissarsi nella sua mente con una insistenza, che presto divenne ossessionante. E anche la figura di lui torn a precisarsi, nel suo pensiero, con tutta l'evidenza dei ricordi lontani.
Era un forte adolescente, alto, dalla espressione ardita, dal carattere irrequieto, dalle idee in contrasto con quelle tradizionali della famiglia, e che in famiglia consideravano una testa calda, un ribelle e come una macchia nel nome dei Breganti. A diciott'anni, nel '59, era partito volontario con Garibaldi; e da allora erano cessati i suoi rapporti con la famiglia, finch, un giorno, aveva preso la via dell'America. E da quel giorno non aveva pi dato notizie di s alla famiglia; e, nella famiglia, non si era pi parlato di lui.
Nella sua fantasia eccitata, il signor Cosimo vedeva, ora, quel suo fratello maggiore, ormai vecchio e cadente per gli anni; vedeva i figli di lui e i figli dei figli; vedeva tutta una nuova e vigorosa propaggine, germogliata, in terra straniera, dal vecchio ceppo, che pareva esausto, dei Breganti.
E pensava: dunque, la famiglia non era finita; dunque, la triste casa in rovina avrebbe rivedute, o prima o poi, le silenziose sale abbandonate animarsi di nuova vita e risuonare, ancora, di grida di bimbi, come nel tempo lontano. Prov, allora, come un rimorso di quella rovina e di quell'abbandono; e, al pensiero che il fratello maggiore, poteva tornare in quella casa e farne a lui un mutuo rimprovero, si spavent come d'una colpa.
Il signor Cosimo lesse e rilesse la lettera del fratello; e quel suo desiderio di tornare gli parve un ultimo disperato appello, rivoltogli dalle profondit misteriose del sangue. Ma pens subito che, ormai, quel fratello era, per lui, uno sconosciuto e che poteva essere un intruso nella sua vita. E pensieri cattivi, germinati, a poco a poco, dal deserto squallido della sua anima, affiorarono, d'un tratto, dal profondo, risvegliando ricordi amari e mai dimenticati. Era stato lui, il fratello, ad abbandonare la casa paterna; lui a scavare nella famiglia, con quell'atto ribelle e col lungo e sdegnoso silenzio, un solco profondo di dolore, che tutti, nella famiglia, avevano portato nel cuore per lunghi anni. E tutti i sentimenti egoistici ed ostili, suscitati in lui dalla solitudine della sua vita, fecero tacere, nel suo cuore inaridito, ogni voce fraterna.
Cos, il signor Cosimo non rispose a quella lettera. Non tese la mano a quella mano, che si tendeva a lui, quasi supplicando, da tanta lontananza di spazio e di tempo; e riprese il ritmo grigio e sconsolato dei suoi giorni senza sole.
Una sera (era vicino il Natale e la neve era caduta abbondante sui monti e nella valle soffiava lamentosamente la tramontana) il signor Cosimo se ne stava seduto, come al solito, nella vecchia poltrona, davanti al fuoco, sotto al camino della vasta cucina, immerso nei suoi pensieri, tormentati dalla solitudine, quando ud, o gli parve d'udire, alcuni colpi sommessi, battuti con precauzione, a una porta secondaria della casa, che era proprio sotto la cucina: una porta riservata, che dava sui campi, e che, da tanti anni, non s'era pi aperta a nessuno.
Dapprima, il signor Cosimo non ci bad; ma poich i colpi si ripetevano, cauti e leggeri, ebbe la curiosit di vedere chi fosse il notturno visitatore e and a spiare da una finestra, da cui si dominava la porta. Scorse un uomo, che, per quanto fosse una chiara notte di luna, non riusc a riconoscere. L'uomo torn ancora a bussare sommessamente, quasi timidamente.
Il signor Cosimo, rimase incerto qualche tempo. Poi, quando lo sconosciuto s'avvicin ancora alla porta per ripetere il suo misterioso richiamo, apr, con cautela, la finestra e domand:
- Chi siete?
L'altro sollev la testa e parve esitare.
- Chi siete?
- Sono un viandante. Vengo da lontano. Vi chiederei l'ospitalit per questa notte.
- Ma questo non  un albergo - borbott il signor Cosimo - Andate laggi, vicino alla chiesa. C' l'osteria: danno anche da dormire. - E fece l'atto di richiudere la finestra.
Ma l'altro continu:
- Non vorrei andare all'osteria; vorrei fermarmi qui. Una volta m'avrebbero aperto.
- Ma chi siete? - interrog ancora il signor Cosimo.
- Sono uno della vostra famiglia. Sono... - Ma lo sconosciuto esit.
Una luce improvvisa si fece nel cervello di Cosimo; ma subito cacci quel pensiero.
L'uomo, fermo davanti alla porta, disse ancora:
- Vi ho scritto; e non ho ricevuto risposta. Ma ho pensato che non mi avreste rifiutato un posto accanto al focolare...
- Remigio? - esclam Cosimo.
- S, sono io - si limit a rispondere Remigio.
Cosimo quasi barcoll: poi riprendendosi, scese le scale, seguito dai cani, che destati dal sonno, erano accorsi con furiosi latrati, risvegliando, improvvisamente, gli echi della casa. Ma la voce imperiosa di Cosimo li acquet. Apr, con diffidenza, la porta e, nella chiara luce lunare, vide davanti a s un vecchio alto, un po' curvo, dal viso sbarbato, dal portamento distinto, chiuso in un pesante cappotto, recante a mano una piccola valigia.
- Cosimo! - disse Remigio e and incontro al fratello. I due fratelli si abbracciarono.
Poi il signor Cosimo, tenendo a bada i cani, inquieti per la presenza di quello sconosciuto e precedendolo con in mano una di quelle "lume", che una volta si usava tenere appese sotto la cappa del camino e la cui luce oscillante dava riflessi fantastici alle scale e ai corridoi, che attraversavano, accompagn il fratello nella cucina e l'invit a sedere nella vecchia poltrona di quercia, rivestita di pelle e ornata di borchie d'ottone, come per un privilegio, che istintivamente riconosceva al pi vecchio della casa.
I due fratelli rimasero qualche tempo in silenzio. Il signor Cosimo guardava il fratello maggiore e, sotto l'austero aspetto di quel vecchio ottantenne, cercava di riconoscere l'irrequieto adolescente, che era partito da quella casa, quando lui, Cosimo, era ancora un ragazzo e del quale, solo qualche volta, aveva sentito pronunziare il nome in famiglia, come se quel nome bastasse a risvegliare tutto l'insieme di cose e di ricordi dolorosi. Ed ora quel fratello era l, davanti a lui, bianco e curvo dagli anni, ma con ancora negli occhi vivi un'espressione di forza e di fierezza. Era un bel vecchio, il cui viso, buono ed energico ad un tempo, aveva una nativa impronta di austera dignit e che, nel fare sicuro, nel modo di vestire, nelle parole e nel gesto recava il segno di nuove consuetudini di vita, apprese nel paese lontano, che, per tanti anni, lo aveva ospitato.
Remigio, a sua volta, fissava il fratello e nella sua figura scarna e macilenta, nel suo contegno impacciato, nel suo vestire dimesso, cercava invano quel tipo caratteristico di gentiluomo di campagna, del quale aveva portato con s il ricordo, partendo da casa, e che era stato tradizionale nella famiglia.
Alle imbarazzate premure del fratello, Remigio osserv che si era ristorato a Pontelungo, dove era giunto nel pomeriggio e dove aveva lasciato il suo bagaglio, raccontando con voce lenta e un po' stanca che da Pontelungo per un certo tratto si era fatto portare in vettura, proseguendo poi la strada a piedi, per arrivare inosservato, a notte gi fatta; che subito aveva riconosciuta la vecchia casa profilarsi nera e massiccia, nella luce lunare, sulle piccole case del paese e che era venuto a battere a quella porta abbandonata, verso la campagna, per non destare, a quell'ora, allarmi o curiosit nei vicini.
Poi, man mano che la fiammata, alimentata con inconsueta abbondanza da Cosimo, avvolgeva nel suo tepore i due fratelli e una polverosa bottiglia di vino, quasi centenaria, scaldava a poco a poco i loro vecchi cuori e li disponeva alla confidenza, cominciarono a raccontarsi, l'un l'altro, le vicende di quegli anni passati, rievocando, dalle lontananze del tempo, i dimenticati ricordi della loro famiglia e della loro casa, con un affetto che sembr nuovo ad entrambi. N minore era l'espansione, anche se si trattavano rispettosamente col "voi", come si usava, un tempo, tra i vecchi fratelli di una famiglia.
E parve ad entrambi, in quella sera, che la silenziosa casa dei Breganti si animasse ancora della vita di un tempo, come nei giorni lontani della loro fanciullezza.
Cos, quando, a tarda ora, il signor Cosimo accompagn il fratello in quella che era stata la sua vecchia camera d'adolescente, questi ritrov il suo cuore perduto d'allora e dorm con un sonno tranquillo e leggero, come quando era fanciullo e come pi non gli era accaduto da tanti anni.
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...   ...
Il giorno dopo, Remigio, che era espansivo e cordiale quanto il fratello era chiuso e sospettoso, usc nel paese per riconoscervi gli aspetti a lui noti e per domandare di questo o di quello, secondo i lontani ricordi, che man mano si venivano precisando dal tempo lontano. Ed i pi vecchi del paese, che ancora si ricordavano di lui, e quelli che ne avevano sentito parlare dai pi vecchi ebbero per lui quelle manifestazioni di deferenza e di rispetto, che la gente del paese aveva sempre avuto per la famiglia e che facilmente ispirava la sua figura bonaria e veneranda, cui conferiva nobilt un naturale portamento di compostezza e d'austerit signorile.
- Che differenza con quell'orso del signor Cosimo - dicevano tra loro gli uomini, quando lo vedevano passare per la strada e fermarsi affabilmente con l'uno o con l'altro. E pareva davvero che fosse tornato uno di quei vecchi signori, che avevano abitato, una volta, la casa dei Breganti e dei quali si era tramandato, di generazione in generazione, il ricordo e il nome, nel paese.
Remigio era veramente un signore: signore di modi e d'animo e, per giunta, del tutto disinteressato. Per questo, sia col fratello, sia con altri, egli evitava di fare qualunque accenno alla superstite sostanza della famiglia. Pi facilmente, amava parlare di s e del suo lungo soggiorno in America, della sua famiglia di laggi e del desiderio, che, dopo tanti anni, si era impadronito di lui: rivedere i luoghi dove era nato e chiudere gli occhi nella casa dei suoi vecchi.
Il signor Cosimo ascoltava e taceva. E pensava: certamente, poich n i genitori, n i fratelli avevano fatto testamento, tutto ci che era rimasto dell'antico patrimonio della famiglia, spettava, per diritto, ugualmente ai due superstiti fratelli. E, morti loro, gli eredi sarebbero stati quei nipoti d'America, che egli non conosceva se non attraverso le fotografie, portate dal fratello. Ma, disinteressato a sua volta, ci che lo turbava non era il pensiero di far parte con il fratello dell'eredit della famiglia; ma il timore che quel suo fratello maggiore, che era per giunta il continuatore della famiglia, entrando in quella casa, venisse a sconvolgere le sue abitudini di misantropo, ormai pi forti di ogni sua volont.
D'altra parte, a Remigio, riguardoso e sensibile, non bastava il diritto. Dopo tanti anni di assenza, egli si sentiva un po' come un estraneo in quella casa. E sentiva anche che se il fratello non gli avesse detto la parola attesa - Fratello, restate! - egli non sarebbe rimasto. La sua sensibilit, affinata da tante e spesso amare esperienze, non glielo avrebbero mai consentito.
Tutto ci, nel suo spirito vigile e sempre in sospetto, lo capiva perfettamente anche il signor Cosimo; e sentiva che toccava a lui pronunciare quella parola. Ma, ogni volta, il pensiero che quel fratello, riapparso d'un tratto come dal regno delle ombre, venisse a rompere l'incanto della sua solitudine, gli teneva chiusa dentro la parola, che l'altro ansiosamente attendeva.
E intanto i giorni passavano; e questa parola che era divenuta ormai come il loro tormento; quella parola che Cosimo avrebbe voluto dire e che sarebbe bastata a far chiudere in pace gli occhi al fratello, quella semplice, eppur decisiva, parola, purtroppo non veniva pronunziata.
Cos, il disagio tra i due fratelli, accresciuto, dalla differenza dei due caratteri, dalla diversit di vita e pi da una di quelle complicate situazioni d'anime, che, talora, dividono irreparabilmente i nati dallo stesso sangue, aumentava ogni giorno pi. E i silenzi tra loro, anche se dormivano sotto lo stesso tetto e mangiavano lo stesso pane, si facevano sempre pi lunghi e imbarazzanti: e qualche volta, una parola amara, affiorante come per caso nel corso di una stentata conversazione, li rendeva sempre pi estranei ed ostili tra loro.
Pass, in questo modo, il resto di quell'inverno, che fu lungo e gelido pi del consueto. E pass anche gran parte dell'estate. Un giorno, mentre la conversazione tra i due fratelli, durante un pasto pi breve degli altri, si era fatta pi acre e dolorosa che mai, Remigio accenn, come parlando a s, che aveva deciso di tornare laggi e che tra quindici giorni, o tra un mese al pi tardi, sarebbe partito. Il signor Cosimo tacque. Anche una volta, la parola, che Remigio attendeva e che Cosimo avrebbe voluto dire, finalmente, al fratello; quella parola, anche una volta, non sal fino al labbro.
Anche Remigio tacque; ma una lacrima, che veniva dalle profondit dolorose dell'anima, gli brill, tremando, negli occhi, fattisi d'un tratto pi stanchi e pi sperduti che mai.
Il pasto fin in silenzio. E da quel giorno non si parl pi della partenza.
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E venne il giorno del commiato. I bagagli erano stati spediti, due giorni prima, dalla stazione di Pontelungo.
Era una grigia e piovosa mattina d'autunno. Nei boschi e nei campi, era un turbinare continuo di foglie, portate lontano dal vento. Nere nuvole passavano, a torme, nel cielo, scoprendo, a tratti, brevi squarci d'azzurro. In tutte le cose, era come l'annunzio triste dell'inverno vicino, che stava per calare dai monti, apportatore delle prime nevi.
I due fratelli, dopo una notte insonne, s'erano alzati alle prime luci dell'alba fumosa. Il signor Cosimo prepar in silenzio, una tazza di caff per il fratello, che stava per partire. Le loro anime, cos vicine nel sangue, e ormai cos lontane tra loro, erano colme di una tristezza enorme; e stavano per traboccare. Sentivano i due vecchi fratelli che erano gli ultimi momenti che passavano insieme e che tra poco si sarebbero lasciati; e non si sarebbero visti mai pi!
Sarebbe bastata una parola per dissipare l'angoscia dei loro cuori; per avvicinarli ancora in un gesto di bont e d'amore; per ridare una luce di sole ai loro vecchi giorni vicini a finire.
Intorno a loro, la muta dei cani pareva compresa, come per un senso misterioso, dell'oscuro dramma che si agitava in quelle due anime; e guardava, con occhi intenti, or l'uno or l'altro, uggiolando lamentosamente.
Ma la parola disperatamente attesa e che era l per essere pronunciata; la parola che, da sola, poteva liberare, d'un tratto, quelle due anime in pena; quella parola, anche nel momento supremo, non fu detta.
Remigio si alz; si avvi verso l'uscita, seguito dal fratello. Quando furono giunti alla porta del giardino, si salutarono: ma la loro ultima stretta di mano parve fredda come tra due sconosciuti.
Il signor Cosimo fece un ultimo sforzo, come se volesse dire, finalmente, la parola decisiva. Ma disse solo, e anche a lui parve che parlasse un altro:
- Vuol piovere.  meglio che prendiate l'ombrello.
E gli porse l'ombrello. Il vecchio fratello lo prese, senza aggiungere altra parola e si allontan pi curvo e cadente che mai, col suo passo divenuto improvvisamente vacillante, seguito dal fedele contadino, che era venuto alla porta per accompagnarlo fino alla stazione.
Il signor Cosimo, stette a guardare il fratello, che se ne andava per sempre, finch una svolta della strada, presso i cipressi del cimitero, lo tolse, d'un tratto, alla sua vista.
Allora, seguito dai cani, che avevano assistito, muti e irrequieti, alla scena dolorosa, egli risal nella casa, si ritir nella sua camera disadorna, e, sentendosi oppresso da una pena che non aveva mai provato, si lasci cadere, col vecchio corpo stanco, sul letto. E si abbandon a un pianto lungo e disperato, come pi non ricordava dagli anni lontani della sua fanciullezza.
Intorno a lui i cani, come spaventati di ci che avveniva, presero a ululare in coro, risvegliando gli echi di quella casa ormai deserta e silenziosa per sempre.
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Dopo la partenza del fratello, l'isolamento del signor Cosimo si fece anche pi grande. Non usciva quasi pi.
Verso Natale, e cio proprio un anno da quella sera in cui il fratello aveva fatto ritorno alla casa dei padri, ricevette notizia dai nipoti che Remigio era morto laggi.
Da quel momento, il signor Cosimo non usc pi dalla sua desolata solitudine. La porta della vecchia casa, sulla quale pareva stendersi ormai il segno della morte, rimase chiusa a tutti, fuorch al vecchio fedele contadino, che, di tanto in tanto, il padrone chiamava presso di s.
Una notte di gennaio, il signor Cosimo si sent male. Non volle che si chiamasse il medico. Il prete fece appena in tempo ad assisterlo negli ultimi momenti. Come il padre, come gli zii, come i fratelli, non lasci scritta alcuna volont; quasi per una tacita intesa della famiglia che, da quando era cominciata la rovina, tutto dovesse andare per la sua china fatale.
Lo portarono al cimitero il giorno dopo la sua morte e, come era stato l'uso dei suoi vecchi, fu sepolto, modestamente, nella nuda terra.
Nella casa silenziosa, non erano rimasti che i suoi cani.
Ma, nella notte che segu, una torbida notte di tempesta, per lunghe ore, con l'urlo del vento, giunsero dal cimitero i loro latrati lamentosi, che furono uditi anche nel paese, dove i vecchi, svegliati nel sonno da quel disperato appello, ricordando vecchie storie di morti, si affrettarono a farsi il segno della croce, pregando pace per l'anima del signor Cosimo.
Il mattino seguente, quando il becchino entr nel cimitero, vide che la terra, dove avevano calata la cassa, era stata rimossa fino a scoprire il legno.
Ma dei cani, da quella notte, non si seppe pi nulla: anch'essi avevano abbandonato la vecchia casa maledetta per disperdersi chiss dove!
Ed erano stati, per tanti anni, i soli amici dell'ultimo dei Breganti.
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UNA BURLA A DON CARLO.
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Don Carlo e Don Francesco erano, come si diceva una volta, "prti d'c": ossia preti che vivevano in famiglia e non avevano cura d'anime.
Ma tra l'uno e l'altro non correva troppo buon sangue.
Per giunta, l'uno era il contrapposto dell'altro.
Don Carlo era grasso e sbracato, gran mangiatore a sbafo, gioviale, chiacchierone e credulone: Don Francesco, invece, era magro e allampanato, sempre vestito d'una palandrana color lucertola, digiunatore per avarizia, taciturno e sospettoso. Abitavano due paesi vicini: l'uno in monte e l'altro in piano.
In una cosa sola andavano d'accordo: la curiosit. Al sabato, in qualunque stagione, non mancavano mai di andare al mercato di Pontelungo.
Ma, poich dovevano percorrere, per un tratto, la stessa strada e andavano sempre a piedi, cos uno cercava di non incontrarsi con l'altro; e, quando ci succedeva e non riuscivano a scantonarsi, Don Carlo si profondeva in un saluto troppo cerimonioso per essere sincero e Don Francesco allungava il passo e rispondeva con un grugnito, all'indirizzo del confratello; e non si capiva bene se fosse un saluto o un poco fraterno passaporto per quel paese!
Per giunta, gli amici se la godevano un mondo a montare l'uno contro l'altro, e non si lasciavano scappare occasione per inventare qualche nuova diavoleria per darla da bere a Don Carlo o per mettere in sospetto Don Francesco.
Un giorno, Don Carlo e Don Francesco, con altri preti dei paesi vicini, come accadeva ogni anno, si trovavano a pranzo dal Priore di Quercetoli, per la festa del Santo Patrono.
Era uno di quei pranzi veramente badiali, come, in simili circostanze, erano di precetto una volta. Ma il piatto trionfale, che ogni anno, in quella ricorrenza, faceva la sua apparizione sulla mensa, era un monumentale pasticcio di maccheroni con la lepre: una vera specialit del signor Priore e alla cui confezione, fin dal giorno precedente, egli stesso non mancava di dedicare personalmente le sue cure sapienti.
Il Priore ci teneva moltissimo a questa sua specialit; e poich i convitati conoscevano questo suo debole, cos, ogni anno, ad un certo momento, prima qualcuno e poi in coro, un po' per celia un po' per fargli piacere, tutti insistevano per conoscerne il segreto. E, ogni anno, il buon Priore, dopo essersi alquanto schermito, si decideva a prendere la parola per iniziare i suoi uditori ai misteri eleusini del famoso pasticcio.
- Prima di tutto, bisogna preparare la pasta sfoglia... - cominciava il Priore; il quale, preso l'avvo, e dopo aver descritto questa prima operazione, con la parola facile e colorita dell'esperto, s'indugiava a descrivere le varie e complicate manipolazioni, occorrenti per la perfetta preparazione di quella prelibata pietanza: sia per la giusta cottura dei vari ingredienti, sia per la perfetta dosatura degli intingoli, sia, infine, per dare all'insieme il sapore, l'aspetto e la fragranza, che ne assicuravano la piena riuscita. Ma, geloso dei suoi successi, si guardava bene, ogni volta, dal rilevare quelle tali rifiniture, che, secondo lui, costituivano il vero segreto del suo pasticcio.
Ma tra i commensali, colui che, ogni anno, e pi a fatti che a parole, dimostrava il suo entusiasmo per il pasticcio del Priore, era sempre Don Carlo.
E cos avvenne anche quel giorno.
Poi, esaurita la serie degli osanna al pasticcio e degli evviva al Priore, la conversazione, anche quel giorno, continu, sfarfalleggiando su altri argomenti, finch, ad un certo momento, come per caso, il discorso cadde su certe malattie, nella quali un individuo si crede mutato in un altro: magari in un grande personaggio. Allora, il rettore di Serraverde, che era il capo pi scarico della brigata, dopo aver passato in giro una furbesca strizzatina d'occhi, come per far capire che ne preparava una grossa a Don Carlo, salt su a dire:
- Ma questo  niente! Figuratevi che ci sono perfino dei casi, in cui due persone possono mutare tra loro anche d'aspetto; tanto che, un bel giorno, la gente, incontrando per esempio, Don Carlo - e accennava a Don Carlo - lo scambia, puta caso, con Don Gaudenzio e viceversa, senza che Don Carlo e Don Gaudenzio s'accorgano dell'avvenuto cambiamento.
Don Carlo spalancava tanto d'occhi e faceva dei gesti di diniego con la testa, per dire che questa poi non la beveva. E gli altri, avendo capito, se gi non lo sapevano, che ci stava sotto qualche grossa burla, tutti a dar ragione al rettore di Serraverde, citando chi un caso e chi un altro. E il povero Don Carlo, stordito dalle voci incrociate dei commensali, ognuno dei quali aveva la sua da dire, e pi dall'abbondanza dei cibi e dei vini, ai quali non aveva mancato di fare il dovuto e consueto onore, obbiettava, ma sempre pi debolmente, che una cosa simile era nuova per lui, ma che tutto pu darsi a questo mondo, specialmente quando si tratta di malattie; e che, anzi, era curioso di parlarne col medico di Filantiera, che era suo buon amico.
Ma il medico di Filantiera, messo sull'avviso, prima ancora che l'abbordasse Don Carlo, rincar la dose e, da quell'uomo faceto che era, assecond abilmente la burla, diabolicamente ordita dal rettore di Serraverde, con la complicit di numerosi compari. Cos, il tiro birbone a Don Carlo fu combinato per il sabato successivo: giorno di mercato a Pontelungo.
Il sabato, adunque, Don Carlo, scendendo da Monteliscio, s'avvi, per tempo, e d'umore pi allegro del solito, alla volta di Pontelungo. Giunto al bivio della strada di Cravi, il paese di Don Francesco, incontr l'oste di quel luogo, che tornava dal mercato sul suo carretto e che, passandogli vicino, lo salut con rispetto:
- Bon giorno siora, Don Francesco!
Don Carlo non ci bad. Ma, fatto un altro po' di strada, da un campo vicino, Paulin dal Pin, lo salut, a sua volta:
- Buon giorno, Don Francesco!
- Don Francesco! Che cosa c'entra Don Francesco? - pens tra s Don Carlo. Ma tir avanti, senza fermarcisi su, pregustando gi il piacere di trovarsi nella bottega dell'amico Ermenegildo Barba, orologiaio di Pontelungo, per fare con lui, come, al solito, quattro chiacchiere sulle novit della settimana: un luogo quello, nel quale Don Francesco si sarebbe ben guardato di mettere piede, malgrado la sua curiosit.
Ma, giunto davanti all'osteria del Palo, da un gruppo d'uomini, che stavano parlando sulla porta d'entrata, il nostro Don Carlo si sent salutare in coro:
- Buon giorno, Don Francesco!
- Ma come Don Francesco! Si vede che hanno alzato il gomito di buon'ora! - borbott Don Carlo e tir oltre, senza osare di chiedere spiegazioni,
Ed ecco, poco dopo, il mugnaio della Botria, un altro dei compari, che se ne tornava dal mercato dietro al suo asinello sbilenco, carico di ceste:
- Buon giorno, Don Francesco!
- Ma io non sono Don Francesco! - ribatt questa volta, Don Carlo, che, ormai, cominciava a perdere il suo buon umore.
- Ha voglia di scherzare, Don Francesco! - fece il mugnaio, fermandosi un momento.
- Scherzare? Ma siete voi che scherzate, buon uomo!
- Via! Via! ha buon tempo lei! - rimbecc il mugnaio e spinse avanti l'asinello, scrollando la testa.
Don Carlo rest interdetto; e mentre l'altro si allontanava, si volt a guardarlo, come per accertarsi se avesse detto proprio da senno. Ma l'altro prosegu.
Il sole, gi alto, infuocava la campagna riarsa, nella afosa mattina di agosto. Intorno, nei campi e nei prati, s'udiva il frinire insistente delle cicale, che pareva dilagare in un'immensa stridula risata!
Don Carlo cominci a sentirsi turbato. Gli tornavano alla mente i discorsi uditi durante il pranzo del Priore e quanto gli aveva confermato, in nome della scienza, il medico di Filantiera.
- Ma che sia proprio vero? E doveva toccare proprio a me! Ah! Vergine Santa! Ci mancherebbe anche questo!
E il dubbio di essere stato colpito, improvvisamente, da quella misteriosa malattia, che scambiava i connotati tra le persone e che, proprio a lui, fosse toccato di prendere l'aspetto di quella mummia di Don Francesco, con quella faccia da funerale e con quella palandrana color lucertola, gli dava il pi vivo sgomento. E quasi non osava pi guardare i passanti per timore di sentirsi rivolgere quel saluto del malaugurio: Buon giorno, Don Francesco!
Ma il dubbio si venne mutando in certezza, quando, giunto a Pontelungo, man mano che ne percorreva la via principale, da qualcuno di sua conoscenza (o meglio che conosceva l'altro), sentiva salutarsi: Buon giorno, Don Francesco!
Cominci a sentirsi perduto. Gli parve d'aver le vertigini; e si accorse che le gambe appena lo reggevano. Raggiunse, quasi barcollando, la bottega del suo amico Ermenegildo Barba, anche lui uno dei compari: ma si arrest sulla soglia, trattenuto dal pensiero atroce, che gli si era ficcato nel cervello.
- Sono Don Carlo o sono Don Francesco? - si chiese smarrito il pover'uomo.
Ma il perfido amico gli venne incontro e lo salut, con aria di sorpresa:
- Oh chi si vede... Buon giorno, Don Francesco!
Allora, il disgraziato Don Carlo vacill come sotto il colpo di una mazzata tremenda ed entrando, come un automa, nella bottega si lasci cadere di peso sulla prima sedia, senza pi osare d'aprir bocca.
In quel momento attraverso la vetrina della bottega, si vide passare, nella strada, col suo passo svelto e stecchito, Don Francesco in persona, con la faccia pi immusonita che mai e con la sua palandrana color lucertola.
A quella vista, la faccia di Don Carlo s'illumin d'un tratto, in un ultimo barlume di speranza, e, con un fil di voce, additando l'altro che passava, balbett:
- Don Francesco!
- Don Francesco? - fece l'amico traditore, che ebbe la crudelt di togliergli anche quell'ultima illusione - Ma quello  Don Carlo!
Fu il colpo decisivo. Il povero Don Carlo, si accasci sulla sedia e, come in un soffio, mormor, con gli occhi supplichevoli rivolti all'amico:
-  finita! Sto male. Chiamatemi un medico...
D'un tratto, la porta della bottega si spalanc ed entr proprio il medico di Filantiera che, vedendo il disgraziato Don Carlo, rovesciato sulla sedia, bianco come un cencio e tremante di terrore, scoppi in una fragorosa risata. Una risata cos fragorosa, che fece accorrere i passanti e che, dilagando di bocca in bocca, propag, di luogo in luogo, fin su a Monteliscio, la novella della incredibile burla, fatta a Don Carlo.
E ne rise anche Don Francesco.
Ma, quella volta, poco manc che, per lo spavento, Don Carlo non ci rimettesse la pelle!
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IL MARCHESE DI COLLEFINO.
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Lo chiamavano il "marchese di Collefino", perch, lass, era lui che faceva il bello e il cattivo tempo.
E Collefino, come tutti sanno, era famoso per la semplicit dei suoi abitanti, che, in verit, non facevano troppo onore al nome del loro paese.
Ma lui non era di Collefino. Era venuto, lass, in seguito all'eredit di uno zio, che era stato per molti anni rettore di quel paese e che, andandosene all'altro mondo, lo aveva lasciato in possesso di una discreta propriet. E lass, si era insediato, da vero padrone, non solo nella casa dello zio; ma in tutto il paese di Collefino.
Era, infatti, un tipo autoritario. E, per quanto toccasse la sessantina, era un uomo pieno di salute, dal corpo massiccio e dal viso colorito: mangiatore e bevitore di stocco, cacciatore senza rivali. Non aveva preso moglie; e, forse, per questo, metteva volentieri il becco nelle faccende altrui. Ed era, come si diceva, uccello dal becco fino. Anzi, come aggiungeva qualcuno, era uccello da bosco e da riviera.
Cos quelli di Collefino, gente semplice e alla buona, memori dei tempi in cui in Valdimagra comandavano i marchesi, si erano assoggettati, docilmente, alla sua autorit e lo chiamavano il "marchese di Collefino". Ed egli come un autentico marchese del buon tempo antico, trattava tutti dall'alto in basso. E non voleva mosche sul naso: specialmente in fatto di caccia. Anzi, egli considerava il territorio di Collefino come una sua riserva; e guai se qualcuno avesse osato cacciare la selvaggina in certi luoghi, che egli riteneva di sua esclusiva e particolare giurisdizione! Cacciava anche di frodo: ma disprezzava la caccia con le reti, come indegna del suo temperamento aggressivo.
In compenso, quelli di Collefino, come facevano un tempo coi marchesi i loro nonni, si rivolgevano a lui ogni volta che si trovavano in qualche guaio o in qualche pasticcio, oppure avevano bisogno di assistenza o di consiglio. Ed egli, il marchese, accettava volentieri di esserne il giudice e il tutore; poich ci accresceva la sua autorit. E coi suoi modi sbrigativi e autoritar aggiustava sempre tutto e metteva a posto tutti. E riservava, per s, il privilegio della caccia.
Caccia a parte, erano un po' i sistemi spicciativi, che aveva usato la buon'anima di suo zio, il fu rettore di Collefino, che, per tanti anni, aveva guidato a bacchetta le sue pecorelle di lass. Ma anche lui, conoscendone il candore e la semplicit, chiudeva facilmente gli occhi sulle loro malefatte, anche quando ne combinavano delle grosse, contentandosi, come diceva lui, di un bel bucato generale, che faceva fare, ogni anno, ai suoi parrocchiani, per la festa del Santo Patrono e che veniva asciugato con una generale assoluzione. Della quale, conviene dirlo, approfittava anche qualche pecorella smarrita dei paesi vicini, che veniva lass, in quell'occasione, a lavare il suo sacco di panni sporchi. E, perch l'effetto del bucato fosse completo, la giornata espiatoria si chiudeva con una processione fino al poggio dei Castagni dei Frati, dove c'era stato un antico convento e dove egli stesso teneva una lunga predica sulle virt del Santo e sui pericoli del peccato. E tutto questo sotto il sole cocente di luglio, nelle ore pi afose del pomeriggio, a maggior espiazione d'ogni peccato e a maggior penitenza di tutti i peccatori, compresi quelli venuti dai paesi vicini.
Un bel tipo anche lui quella buon'anima del rettore!
Ma torniamo al marchese di Collefino. Egli aveva, tra l'altro, un suo curioso intercalare: pari e patta! E lo usava ad ogni momento: a proposito e, spesso, a sproposito. Anzi, questo suo intercalare era divenuto, per cos dire, la formula di rito, con cui, quasi pareggiando sopra la bilancia della sua giustizia le opposte partite, egli decideva, col tono del giudice che non ammette appello, le beghe, le questioni e i battibecchi dei suoi compaesani. E sentenziava anche, inappellabilmente, sulle loro malefatte; le quali, a dire la verit si riducevano a qualche furtarello campestre o ad altre consimili inezie; ch, a memoria d'uomo, sia detto per il buon nome di Collefino, non si erano avuti, lass, ferimenti, uccisioni o altri fatti grossi del genere.
Cos, per esempio, se la Filomena accusava il mugnaio d'aver parlato male di lei e il mugnaio, chiamato in causa, negava l'accusa, adducendo, a prova della sua innocenza, che era un buon cristiano, che non mancava mai alla messa, che faceva regolarmente l'elemosina per le anime del purgatorio e per la festa del Santo Patrono ecc. ecc., il marchese di Collefino tagliava corto alla faccenda, rappattumava, soddisfatte o no, le parti, concludendo con tono perentorio:
- Pari e patta, e non se ne parli pi!
Accadeva anche che ricorressero a lui o il sacrestano, cui avevano rubato le ciliegie nell'orto, o la Pasquina, cui era mancata una gallina nel pollaio. Allora, il marchese di Collefino, scovati i ladruncoli (ficcanaso com'era, sapeva sempre tutto!), li obbligava a risarcire il danno. Dopo di che, sentenziava, con tono pi perentorio che mai:
- Ed ora, pari e patta! E voi - aggiungeva rivolto ai colpevoli - non toccate pi la roba degli altri!
Ma se, per caso, invece della roba, si trattava della donna degli altri, la faccenda non andava pi cos liscia. Allora, il marchese di Collefino, che non ammetteva per gli altri la caccia proibita, perdeva le staffe, minacciava ogni ira di Dio al colpevole e, quando questo se ne andava, mortificato, sotto quella valanga di parole grosse, gli urlava dietro un suo terribile: pari e patta! Anche se, come succede in siffatti casi, la partita non era affatto pareggiabile.
Era, come si vede, una procedura alla brava: preferibile ad ogni modo, alle lungaggini dei tribunali, dove c'era da rimettere, se tutto andava bene, la spesa dell'avvocato e, in caso contrario, anche quella del processo. Invece, il tribunale, diremo cos, del marchese di Collefino era a portata di tutti, faceva a meno di toghe e di avvocati, giudicava su due piedi e, ci che pi contava, non metteva le mani nelle tasche a nessuno.
Per questo, quei di Collefino ne erano soddisfatti e contenti e, pi di loro, il marchese, che ci guadagnava in autorit e consolidava sempre pi, i suoi privilegi di caccia. N per questo, le cose a Collefino andavano peggio che altrove.
Un giorno, Pasqualon della Mrla, che si credeva un furbone, ebbe l'infelice idea di volersi burlare del marchese di Collefino. Furbo uno di Collefino? Sentite un po' quello che capit a quel povero mrlo.
Bisogna premettere che Pasqualon della Mrla aveva una moglie giovane e bella e, a quanto si diceva, di manica larga. Invece, il marchese di Collefino aveva una serva di mezza et, di nome Graziosa, ma, di fatto, scontrosa e selvatica come un porcospino e brutta come il peccato mortale: ottima precauzione contro i cacciatori di frodo.
Un giorno, adunque, Pasqualon della Mrla, che si vantava d'essere anche lui un gran cacciatore (cacciatore s, ma... con le reti) trovandosi a parlare di caccia con il marchese di Collefino, gli disse, ridendo con aria furbesca:
- Ma sapete che ne ho fatto una grossa?
- Come sarebbe a dire? - interrog il marchese di Collefino, guardandolo con sospetto.
- S, una grossa. E, questa volta, non c'... pari e patta!
Il marchese di Collefino s'impenn, rosso come un tacchino incollerito, e incalz:
- Si tratta di caccia?
- S... di caccia - balbett Pasqualon della Mrla; e, impressionato dalla brutta piega che prendeva la cosa, non ebbe il coraggio di proseguire.
Un lampo illumin il cervello del marchese di Collefino. Decisamente, quella sua precauzione contro i cacciatori di frodo non aveva servito a nulla. La beffa subita, e per giunta da un meschino tenditore di reti lo rese furioso. Fu sul punto di prendere per il collo il malcapitato e di dargli l, su due piedi, la meritata lezione. Ma si trattenne, pensando che, in fatto di caccia proibita, la partita era stata gi pareggiata in anticipo; e a tutto suo vantaggio.
- Va l, mrlo che sei: c' pari e patta, anche questa volta! - si limit a dirgli il marchese di Collefino. E, con un ghigno malizioso, si chin su di lui e gli sussurr qualche parola in un orecchio, voltandogli, poi bruscamente, la schiena.
Pasqualon della Mrla rimase l, proprio come un merlo preso nel vischio, sbalordito per quella soluzione inattesa. Poi, se ne and, mogio mogio, e pi becco che contento.
Da un pollaio vicino, beffardamente, un gallo cant.
Gi, all'orizzonte, il sole al tramonto scendeva a nascondere la sua larga faccia rossa, dietro la cortina della nuvolaglia, ornata di frangie di porpora e d'oro.
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...   ...
Del marchese di Collefino, e di questa sua avventura, si parla ancora, a veglia, dai vecchi di lass.
Ma, ogni volta, per il buon nome delle donne di Collefino, il discreto narratore non manca di aggiungere:
- Questa  una storia del tempo dei tempi.
E, aggiungiamo noi, non bisogna credere alle vecchie fole!
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A TAVOLA NON S'INVECCHIA.
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A tavola non s'invecchia: antico proverbio, che si direbbe nato a Pontelungo, tanto i suoi abitanti si mostrano ad esso fedeli, come ad un programma, almeno nel tempo passato.
Lo attestano, se non proprio le vecchie cronache, certi pantagruelici banchetti in uso una volta a Pontelungo, e dei quali  giunto fino a noi l'epico ricordo. Ma il secolo d'oro che segn, per Pontelungo, il fastigio delle sue glorie gastronomiche fu, sia detto a mortificazione dei suoi denigratori senza dubbio, l'ottocento. Ed  certo che, a rievocare l'epica conviviale di Pontelungo in quel secolo, ci sarebbe da fare un poema degno d'Omero: impresa alla quale volentieri rinunciamo.
Baster, invece, ricordare un pantagruelico banchetto di grasso e di magro, che lev gran rumore a quel tempo e del quale non  ancora sopito il ricordo.
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Si tratta di un evento rigorosamente storico. E chi desiderasse conoscere anche i personaggi dell'avventura non ha che da consultare le memorie del tempo.
Nel maggio del 1869, la Giunta Comunale di Pontelungo, aveva deciso di offrire un banchetto al Prefetto e ad altre autorit della Provincia, per attestare alle medesime, col rito tradizionale di una appetitosa mensa, lautamente imbandita, la riconoscenza del paese per i pronti aiuti, ottenuti in occasione di una rovinosa piena della Magra, che si era avuta l'anno precedente. Erano tempi leggiadri, nei quali, con un buon pranzo, si potevano onestamente accomodare molte cose!
Il pranzo venne fissato per il giorno 21 di quel mese e doveva aver luogo in casa dell'Assessore Anziano. Ma, all'ultimo momento, gli organizzatori dell'agape si accorsero che il giorno prescelto cadeva in... venerd! La costernazione fu grande, perch non si potevano offendere gli scrupoli religiosi della padrona di casa e dei commensali osservanti del venerd; n si potevano scomodare tante autorit per... un pranzo di magro! D'altra parte, gli inviti erano stati gi diramati e non era possibile un rinvio. Come uscire dall'impiccio?
L'imbarazzante situazione venne salvata con una di quelle trovate di spirito, che bastano a consacrare la reputazione di un uomo. E l'autore della trovata fu uno degli assessori: tipica figura di colonnello a riposo e di spregiudicato gentiluomo, di cui i vecchi di Pontelungo, ricordano ancora la caratteristica del pizzo e dei baffi a punta e dell'immancabile mazzolin dei fiori freschi all'occhiello.
- Se  giusto - egli disse - rispettare gli scrupoli degli osservanti del venerd e non si pu offrire alle autorit un banchetto di magro, n si possono rimandare gli inviti, ebbene, non c' altra soluzione per uscire dall'imbarazzo che preparare un pranzo... a doppia lista: una di magro e una di grasso. In tal modo, tutto  salvo!
La proposta venne accettata con entusiasmo. E il pranzo fu di grasso e di magro e, secondo le migliori tradizioni, fu grandioso nell'una e nell'altra forma.
A nostra mortificazione e ad esaltazione di quei buoni pontelunghesi dell'ottocento, ai quali, se non mancavano le risorse e il buon umore, meno ancora faceva difetto l'appetito, riproduciamo qui, la doppia lista dei piatti di grasso e di magro, come l'abbiamo letta in un elegante cartoncino a margini dorati, conservato, a ricordo, dalla famiglia di uno dei commensali:
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Pranzo del 21 maggio 1869
Grasso
Magro
Princip
Zuppa composta
Maccheroni alla napoletana
Fritto:petits pats

Lesso: bove alla moda e spalla di S. Secondo
Fritto di carciofi
Tonno: tartufi all'olio
Crema - zabaione
Polli in gelatina
Triglie in salsa
Costolette di pollo in salsa
Asparagi al burro
Arrosto di pollo
Insalata composta
Charlotte
Dessert
Gelati: Candito d'oro - Limonella di Napoli
Vini: Vermouth - Bordeaux - Champagne - Pontelungo. Caff
Durante il banchetto, al quale oltre le autorit provinciali parteciparono tutte le autorit del luogo, regn la pi schietta allegria, rinnovata ad ogni portata dallo spunto della famosa trovata del grasso e del magro. E il banchetto, malgrado la lista eteroclita delle vivande, si svolse secondo il pi schietto stile tradizionale, nel senso che tutti mangiarono e bevettero intrepidamente, senza differenza d'et e di grado. Inoltre, sui vini esotici, ricordati nella lista, trionfarono in pieno gli esilaranti vini di Pontelungo, a maggior letizia dei convitati.
Non c' bisogno di dire che quel solenne banchetto fece epoca nella cronaca pontelunghese di quel tempo, sia per la trovata geniale, con cui fu elegantemente risolta, in linea teorica, una complicata questione procedurale, in materia di cucina e di coscienza, di fronte all'osservanza del venerd; sia anche, e soprattutto, per la insigne prova gargantuesca data dai commensali. I quali, infatti, in pratica, e cio una volta seduti a tavola e messi davanti alla duplice tentazione dei piatti di grasso e di magro (e anche questo sia detto a maggior gloria di quei nostri nonni!) fecero ugualmente e largamente onore agli uni e agli altri; senza dubbio non senza qualche scandalo della padrona di casa. E tra i convitati, che pi si distinsero in questa duplice prova, furono (e non poteva essere diversamente) l'assessore dell'arguta trovata del grasso e del magro, e il segretario comunale, del quale ancora si sa che la sua riputazione di perfetto funzionario era solo superata dalla sua fama di raffinato buongustaio e di famoso mangiatore.
Per la cronistoria di questa gaia avventura gastronomica, nella quale rivive tipicamente l'anima serena, tra scettica e gaudente, della vecchia Pontelungo dell'ottocento, si pu anche ricordare che il conto di quel memorabile banchetto, piuttosto salato anche per quel tempo, fu pagato, di propria tasca, dal Sindaco e dai quattro Assessori.
E anche questo particolare  una di quelle cose incredibili che non potevano accadere che nella Pontelungo d'allora!
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Il ricordato banchetto di grasso e di magro, che  dei tanti che consacrarono la fama conviviale di Pontelungo nell'ottocento, richiama anche alla mente quei pontelunghesi illustri, che, dalle glorie della tavola, passarono agli onori della storia. Di essi baster, qui, ricordare per tutti, l'arciprete Carlo Bologna, morto nella prima met di quel secolo: notissima figura della vecchia Pontelungo, di cui, anche oggi, lo storico imparziale non sa se pi lodare il raro ingegno, la vasta cultura o il formidabile appetito.
Egli fu, senza dubbio, il pi strenuo campione della nobilt paesana nelle prove conviviali del suo tempo. Non manc mai a un banchetto e non ricus mai un invito a pranzo. Anzi, tutte le famiglie di Pontelungo facevano a gara per averlo alla propria tavola, dove il suo esempio trascinava anche i pi fiacchi commensali e dove il suo spirito esilarante teneva alto il buon umore di tutti. Durante il pasto, era sua abitudine allentare, ad ogni portata, la cinghia dei pantaloni; s che, alla fine del pranzo, si trovava del tutto sbracato e spesso nella impossibilit di rimettere convenientemente a posto le cose.
Tra i molti episodi che ancora si raccontano di lui, eccone uno. Una volta, invitato da una signora di sua confidenza e giunto un po' prima dell'ora fissata, fu lasciato solo, per qualche tempo, davanti a un bel fuoco, nella sala da pranzo, in attesa degli altri invitati. Forse, messo sull'avviso dall'odore solleticante, avendo scoperto dentro una credenza una magnifica tacchina arrosto, pronta per essere servita a tavola, il terribile arciprete, un po' per tenere a bada l'appetito, un po' per ingannare la noia dell'attesa, cominci a spilluzzicare la tacchina, tanto che, in poco tempo, non ne rest che la carcassa. E, quando, al momento di servire l'arrosto, la padrona di casa, discretamente informata dalla persona di servizio, annunzi, costernata, che la tacchina non c'era pi, l'ameno arciprete scoppi in una grossa risata. E aggiunse nello schietto pontelunghese di allora:
- Cus'l? Cl'uslt chi r l dntar? Ahim-do, ma s'a l'ho plca s m par farm agnir un p d'aptit!
Tutti risero con lui; ma, non ostante quel solenne antipasto, anche quella volta, il primato della tavola tocc all'imbattibile arciprete.
S, hanno ragione coloro, che rimpiangono il buon tempo antico.
Ma  giusto riconoscere che, almeno a tavola, la Pontelungo di oggi non ha nulla da invidiare alla Pontelungo di ieri.
Ne  prova un recente e stupefacente banchetto, imbandito a consacrazione di un rito nuziale, auspice il carnevale, in una localit del territorio pontelunghese, e, precisamente, a Grndona: gi turrita vedetta, nel medioevo, appuntata, dalle rivalit parmigiane e piacentine, contro il nascente comune di Pontelungo. E fu un banchetto veramente epico, che, per la presenza di un'eletta schiera di pontelunghesi, strenui paladini delle vecchie tradizioni gastronomiche, assunse il carattere di una grandiosa gara conviviale, cui la presenza dello stesso Podest di Pontelungo, valse anche a conferire un crisma, per cos dire, ufficiale. Malgrado questo, per, e a differenza del famoso banchetto ottocentesco di grasso e di magro, quell'agape grondonese ebbe carattere del tutto popolare e fu improntata, oltre che alla pi pura tradizione, al pi stretto color locale.
Infatti, se nel banchetto di grasso e di magro fu protagonista la "siora" in quella di Grndona protagonista fu il popolo. E, come canta il poeta,
...se il popolo si desta
Dio si mette alla sua testa;
e se, aggiungiamo noi, siede a tavola, allora succedono le cose pi strepitose, come, appunto, nel banchetto di Grndona!
Non riporteremo, qui, la fantasmagorica lista delle sedici portate, che senza contare quelle della cena, seguita senza quasi intervallo, si succedettero per oltre una mezza giornata, in quell'agape memoranda. Sar sufficiente dire che vi figurarono, degnamente, tutte le cose pi varie, pi saporose, pi tentatrici, che l'arte pi esperta e pi raffinata, con l'ausilio dei vini pi traditori, poteva escogitare per mettere, a prova decisiva, i cervelli pi saldi e gli stomachi pi agguerriti.
Ma, per la storia, bisogna anche aggiungere che la prova fu superata in pieno. E cos, Grndona, il cui nome nelle vecchie cronache di Pontelungo  legato a truci ricordi di guerra e di conquista, pot vedere, quel giorno, intorno alla medesima mensa, pantagruelicamente imbandita, pontelunghesi e grondonesi, gareggianti, ugualmente e intrepidamente, per tenere alta la bella e gaia tradizione delle vecchie usanze conviviali paesane.
Certo  che quel banchetto strepitoso  tale da fare impallidire, al confronto, il ricordo di ogni pi solenne convivio ottocentesco e merita, veramente, di essere consacrato alle ombre immortali di Pantagruel e di Gargantua, eterni numi tutelari delle iperboliche cucine e delle mense badiali. E, senza dubbio, in quell'eroica giornata, tra le serrate file dei banchettanti, dovettero aleggiare, esultanti, i fantasmi giocondi dei grandi mangiatori e degli illustri bevitori del passato, coi turgidi addomi falstaffiani, coi lucidi nasi trionfali, con le gorgoglianti pappagorgie rabelesiane; mentre, dalla cucina, tra i densi vapori e gli inebrianti aromi, certo sorrideva il viso largo e vermiglio di Ragueneau, di ciranesca memoria.
Ombre e fantasmi che non si possono evocare senza emozione!
Sia gloria, adunque, ai banchettanti di Grndona! Essi hanno dimostrato che le belle tradizioni conviviali non sono morte tra noi e che, per il buon nome di Pontelungo e per la gioia degli uomini, c' ancora chi sa mangiare e bere, intrepidamente e giocondamente.
Ad essi, pertanto, anche in questi squallidi giorni di quaresima, leviamo, a giusta rivendicazione, il bicchiere ricolmo, nel nome augurale della vecchia e nuova Pontelungo, sempre cordiale, buontempona e spregiudicata: caro e dolce paese, che, tra le sue pi autentiche glorie, sa conservare, gelosamente, anche quella delle sue opulente festosit conviviali.
Bibamus, igitur...
A suggello dell'antica verit cara agli abitanti di Pontelungo: a tavola non s'invecchia!
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VECCHI SOLDATI.
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Ogni anno, il 4 novembre, come a un richiamo guerriero, dai paesi della Valle della Cravia scendono i reduci della Grande Guerra per adunarsi in qualche localit del fondo valle e celebrare, con una gagliarda bevuta all'alpina, la data della vittoria.
E nessuno manca all'appello, anche se, ogni anno, qualche filo bianco di pi segna le chiome nere e le chiome bionde; anche se qualche ruga pi profonda solca i loro volti abbronzati di contadini.
Ma, quel giorno, tutti tornano col cuore a vent'anni; mentre tra i colmi bicchieri, rifioriscono i ricordi e i canti.
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S, il vino riscalda il cuore dei vecchi soldati, si tramuta in buon sangue e si effonde in gioia di canti.
Ma, quel giorno, non  solo il vino che fa cantare i vecchi soldati. Essi cantano come cantavano lass, quando i migliori cadevano crocifissi sulla terra insanguinata del loro calvario. E altro era il motivo dei loro canti.
Quel motivo lo espresse, con semplicit sublime, un fante ignoto del Carso nella breve frase, incisa sulla roccia di una dolina: Canta che ti passa! E questa frase, se si potesse vestirla di parole fiorite e adagiarla, come in un letto di rose, nel ritmo di un canto, sarebbe la canzone pi bella sgorgata dal cuore di un soldato.
Voleva dire quella frase: ricordi, o piccolo soldato, il tuo paese lontano? Ricordi, con l'anima in pena la tua casa abbandonata? Canta che ti passa... Perch sei cos triste, o ragazzo? Perch guardi lontano, con occhi velati di pianto, attraverso i grovigli dei reticolati, irti come corone di spine, rossi come rosai di sangue? Guardi se non ti apparisca, d'un tratto, un paesaggio a te noto, o un caro volto, che ti sorrida? Canta che ti passa...
Il tuo cuore  arido e secco, come un pugno di terra riarsa? Le tue mani tremano un po', come il tuo cuore? Le tue labbra, assetate, bevono avidamente le tue lagrime sconsolate? Canta che ti passa...
S, cantando, il soldato dimentica. Ma solo se canta le canzoni fiorite dal suo cuore: le canzoni, che egli stesso ha creato con la sua gioia e col suo tormento, con la sua disperazione e con la sua speranza. Ed  cattivo segno, quando il soldato non canta...
Per questo, quando i vecchi soldati si ritrovano insieme e ricordano la passione dei giorni lontani, dal loro cuore d'un tempo, rifioriscono le antiche canzoni. E, come allora, essi tornano a cantare, muovendo in cadenza la testa:
Sul ponte di Bassano
noi ci darem la mano
ed un bacin d'amor...
Cos, aveva cantato, lass, il soldato giovinetto; cos, torna a cantare il veterano coi capelli fatti grigi. E canta le vecchie canzoni d'amore e di guerra, le nenie dei focolari lontani, dalle semplici e rozze parole, come intessute di fiori e di lagrime; e canta per ritrovare un po' di se stesso, per far rivivere qualcosa della sua giovinezza eroica. E, cantando, torna a socchiudere gli occhi, come faceva allora, per non sentirsi solo, per illudersi di avere ancora vicine le cose e le persone care. Canta che ti passa!
Ma il coro dei vecchi soldati, riprende con tono marziale:
Sul cappello che portiamo
c' una lunga penna nera,
che a noi serve da bandiera
su pei monti a guerreggiar...
E la buona gente, che non ha fatto la guerra e fa cerchio intorno ai cantori, guarda con occhi stupiti e sorride con malizia e ha l'aria di pensare: effetto del vino!
Eh no, non  effetto del vino!
Per i vecchi soldati, cantare vuol dire ringiovanire il cuore; rivestire l'anima di grigio verde, ravvivare la nostalgia scolorita dei ricordi lontani.
Si alternano, cos come allora, canti accorati e canzoni guerriere. E prima si leva una voce isolata; man mano seguita da altre voci. Poi, tutto il coro, lento e solenne, intona il ritornello:
Prendi il fucile e corri alla frontiera:
la c' il nemico e alla frontiera aspetta...
Dopo segue un'altra canzone:
Dove sei stato, mio bell'alpino...
E ancora un canto, a voci spiegate:
Quel mazzolin di fiori
che vien dalla montagna...
Una sosta. Poi il coro riprende:
Di l, di l dal Piave
ci sta un'osteria...
Cantare! Cantare, per chi ha fatto la guerra, vuol anche dire sentirsi pi italiani. Perch quei canti rappresentano i fiori olezzanti di tutte le terre d'Italia; rappresentano le nostre genti diverse, fuse in una sola volont e in una sola fede; rappresentano tutto il popolo della Patria, che ebbe nella guerra, il suo crisma eroico di sangue e di gloria e che, col suo generoso olocausto, segn, in eterno, la pagina pi grande della sua storia. E, veramente, un segno vivo e tangibile della Patria  la meravigliosa fiorita di canti, che la guerra ha fatto sbocciare da ogni focolare; che ricopre, come una fiorita di rose vermiglie, ogni lembo della nostra terra; che si spande ai venti, con le mille voci, che, nelle ore supreme, salgono dalle profondit delle anime.
La gente che non ha fatto la guerra queste cose non pu capirle. Ma i vecchi soldati non si curano di quella gente. E, bevendo in letizia, dal loro cuore, tornato ad aprirsi come una fresca rosa di maggio, lasciano ancora sbocciare i canti della gioia e dell'ardimento, della vita e della rinunzia.
E il coro torna a dilagare, maschio e gagliardo, col tono guerriero di una fanfara:
E le giberne che noi portiamo
son portacicche...
...
...   ...
Ma, mentre si alternano i canti, tornano dal tempo lontano, le vecchie memorie. E allora, qua e l, nel gruppo dei cantori, qualche testa grigia o qualche testa ancora bruna si piega nel ricordo, qualche labbro si fa muto e due occhi, velati come di tristezza, sembrano guardare lontano...
- Ricordi, vecchio soldato?
Il vecchio soldato ricorda. Anch'egli part, silenzioso, dalla sua casa, nell'ora del pericolo e del sacrificio; soffr e combatt sui confini della Patria e lungo i fiumi della disperazione e della riscossa; e, a guerra finita, si rimise lo zaino sulle spalle e rifece in silenzio, le vie del ritorno. E, tornato alla quiete del suo focolare, riprese, in umilt, il lavoro interrotto.
Ma, in fondo all'anima, egli conserv l'orgoglio della gesta compiuta e della sua povert onorata. Cos, ogni volta che egli si ritrova coi vecchi fratelli d'armi, dal suo cuore torna a sbocciare il fiore vermiglio dei suoi ricordi eroici. E quei ricordi sono, allora, per lui, un po' come la sua bandiera, che egli difese lass; che lev nel sole come la sua anima; che ripieg lacerata, nell'ora dello sconforto; che risollev, come un grido d'orgoglio, nel giorno della risurrezione e della vittoria.
- Ricordi, vecchio soldato, le giornate del Carso, del Trentino, del Piave e l'ora radiosa della vittoria?
Tutto ricorda il vecchio soldato. E, anche a distanza di anni, egli rivive le ore eroiche e indimenticabili della sua guerra, quando balzava all'assalto in un tumulto di grida, di ferro e di fuoco; quando, esaurite le cartucce e le lagrime, doveva abbandonare le posizioni conquistate e i compagni caduti; quando, in un tragico giorno, fatta vana ogni resistenza, dovette ritirarsi per le vie buie della ritirata, rinnovando, ogni tanto, il disperato impeto, rivolgendosi ancora per mordere e per ringhiare, fino alla salvezza del Piave.
Ma, sul Piave, nel giugno glorioso, egli dimostr come sapesse tenere fede alla consegna: "vincere o morire"; e resse all'urto tremendo. E furono, allora, squilli epici di vittoria, grida esultanti di giovinezza, gagliardetti di sole e di vento, che sventolarono a gloria sui vivi e sui morti.
Poi, quando venne l'ora attesa e decisiva, tutti i soldati d'Italia, i ragazzi del novecento, e i veterani delle prime battaglie, tutte le bandiere e tutte le speranze, balzarono, oltre il Piave, all'ultimo attacco; passarono di linea in linea, irresistibili e rumoreggianti come l'uragano; vendicarono i vecchi morti e i nuovi; e cancellarono, nella gloria della pi grande vittoria, la mortificazione dei giorni dell'avversa fortuna.
E su ogni labbro e in ogni cuore, un grido solo e un fremito solo: Italia!
Ecco ci che ricorda il vecchio soldato, quando dal suo cuore, rifioriscono le lontane e sacre memorie: ecco ci che gli ritorna a vivere, nell'anima, quando ricanta le sue vecchie canzoni.
Onore, adunque, al vecchio soldato!
Onore al soldato glorioso della Grande Guerra, che comp il suo dovere fino all'estremo della rinuncia e del sacrificio; che port la croce del suo martirio su per l'erta insanguinata del suo calvario; che segn col suo tormento il limite supremo tra la disperazione e la speranza; che addit, col suo sangue vermiglio, le vie radiose della vittoria e della gloria!
E nulla chiese per s.
...
...   ...
Poi, quando annotta, l'adunata si scioglie e i vecchi soldati riprendono, a gruppi, le vie dei loro paesi; mentre, nella notte, che si viene punteggiando di stelle, qua e l, dalle balze e dalle gole dei monti, s'odono ancora, sempre pi lontani, i loro canti di guerra.
E quei canti, a chi li ascolta, con l'anima aperta ai ricordi del passato e alle speranze dell'avvenire, sembrano risalire dalle stesse lontananze della stirpe e rievocano l'immagine di un popolo sano di contadini e di soldati, usati alle opere della pace e pronti ai cimenti della guerra.
E questo popolo che, anche nelle ore buie della sua storia, conserva intatte le native virt della razza, se, dopo l'espiazione, la Grande Madre chiamer, lascier ancora la vanga per il fucile e sar, anche una volta, la forza e la salvezza dell'Italia.
Quando?
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IL BASILISCO.
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Don Matteo era un prete nato, per cos dire, alla macchia, in un casolare di montagna, tra boschi di faggi e di cerri.
Era un tipo, davvero, bizzarro: diffidente e credulone a un tempo, e cos superstizioso che, malgrado il suo latino (poca cosa per verit) credeva a tutte le pi assurde fole di fantasmi, di streghe e di folletti, alle quali prestava fede, un tempo, la gente di montagna.
Per giunta, le donnette sussurravano che anche lui fosse una specie di mago o di stregone; e a dar credito a quella voce contribuiva, senza dubbio, quella sua figura scarna e spettrale, quel suo fare sospettoso e guardingo e, pi, quel non so che di misterioso, che circondava la sua vita triste e solitaria di misantropo.
Era cappellano, da molti anni, alla Pie': un paese, o meglio un gruppo di villaggi sparsi su un declivo di un monte, tra campi coltivati e selve di castagni, e con i casolari pi lontani, sperduti negli anfratti boscosi. Ma, come diceva la gente, egli non si era ancora addomesticato e conservava le sue abitudini di vecchio gatto selvatico e spaurito.
Viveva in una casetta isolata, un po' fuori dell'abitato e sbarcava il lunario con le magre rendite della sua cappellania, insieme con una vecchia serva bisbetica e, per di pi, superstiziosa e scontrosa come lui. Ma non gli mancava qualche incerto; ed era quando gli portavano, per fargli benedire gli abiti di qualche stregato, oppure quando era chiamato a fare gli esorcismi in qualche stalla, dove c'era la mora del bestiame o in qualche campo di cavoli, divorati dai vermi.
Anche lass, per, non mancava qualche capo ameno che si divertiva, qualche volta, a farsi beffa di lui. E tra questi ci fu, una volta, Serafin dai Porchi, un mercante di maiali, che era stato molti anni in America, che non credeva n a streghe, n a diavoli e che era piovuto l da un paese al di l del monte, da dove, come dicevano alla Pie', non veniva che tempo cattivo e gente da poco prezzo.
Una sera, adunque, costui si present in casa di Don Matteo, mentre il buon uomo stava per andarsene a letto. Quando furono soli nella misera stanza, Don Matteo lo scrut con sospetto. Poi gli chiese, inquieto:
- Che cosa c'?
- C' - rispose Serafin dai Porci - che questa mattina  morta la mia mula...
- Ebbene? - interrog Don Matteo.
- Ebbene: vorrei... fargh dir un po' d'ben... Era una brava mula.
Don Matteo lo guard e rimase perplesso: era un caso che gli capitava per la prima volta. Riflett qualche momento ancora. Poi gli disse:
- Mi rincresce; ma non si pu.
- Come non si pu? - ribatt Serafin dai Porchi - Sono stato in America; e laggi si usa. E, poi, creda a me, Don Matteo; era una bestia cos brava ed esperta, che non le mancava che la parola... E chi le dice, Don Matteo, che non ci fosse stata in quella bestia un'anima del purgatorio, messa l a scontare i suoi peccati? Ci sono delle cose che non possiamo sapere... Ed io, veda Don Matteo, ho il rimorso di averla trattata male e spesso bastonata... Ora ne ho scrupolo... Per questo sono venuto da lei!...
Don Matteo torn ancora a pensare. Alla sua mente ingenua e superstiziosa, facile a credere a tutte le cose pi assurde, quella faccenda dell'anima del purgatorio lo impression. E, poi, se anche in America si faceva cos...
Don Matteo riflett ancora a lungo. Finalmente si decise e disse:
- Ebbene, vi accontenter. Ma non parlatene con nessuno.
Prese da un armadio un vecchio libro sdruscito dall'uso e cominci a leggere, in latino, esorcismi, incomprensibili a Serafino, trinciando gesti nell'aria. Poi, finito che ebbe, assicur Serafino che se si trattava, davvero, di un'anima purgante, lui poteva ormai starsene tranquillo.
Serafino ringrazi e, nell'andarsene, lasci scivolare qualche moneta in mano a Don Matteo, dicendo:
-  per il suo disturbo.
Serafino usc e and a parlare della burla ai compari e a riderne con loro.
Ma chi pi si divertiva a prendere in giro il povero Don Matteo era il signor arciprete: un uomo che a quanto si diceva era un pozzo di scienza, furbo come una volpe e, per di pi, arguto e burlone. Certe sue burle, anzi, avevano fatto sbellicare dalle risa la gente della Pie' e dei paesi vicini.
Eccone una. Una volta, un macellaio di Bagnoro, che si era arricchito vendendo ossa per carne, gli chiese un'iscrizione per una lapide da mettere sulla porta di una sua casa nuova. Il furbo arciprete lo accontent su due piedi, combinandogli, col latino del salmo, questa eloquente epigrafe: Ossibus et nervis compegisti me. Il macellaio pi che soddisfatto, si affrett a collocare la lapide bene in vista: un po' sorpreso che tanta gente venisse a leggere l'epigrafe e se ne andasse con aria canzonatoria. Ma, quando gli spiegarono quel latino birbone, il macellaio corbellato butt gi la lapide e la mand in pezzi, tra le matte risate di tutta la gente.
Inoltre, il signor arciprete era proprio l'opposto del suo cappellano, lui basso e tarchiato e di carattere allegro; questi lungo e stecchito e sempre d'umor nero. E tanto era parco Don Matteo, altrettanto il signor arciprete era goloso; e aveva un debole per le anguille. Anzi, a proposito di questo suo debole, una volta Giuspin dal Sogiar, un po' per burlarsi di lui, un po' per rubargli sul peso, gli vendette un bel cesto di anguille, dopo averle ben riempite di sassolini, insaccandole per la bocca fin quasi a farle scoppiare. Il signor arciprete fece il tnto; ma quando, pochi giorni dopo, s'imbatt in Giuspin, gli chiese come a caso:
- Dite un po', Giuspin, che cosa mangiano le anguille?
- Un po' di tutto, signor arciprete - rispose Giuspin.
- Anche i sassi, Giuspin? - continu il signor arciprete.
- Specialmente quelli - conferm Giuspin - perch ...an t'al canal, an gh' che di sassi...
Il signor arciprete non disse di pi. Ma si vendic di Giuspin, alla prima occasione, vendendogli del vino battezzato con l'acqua: vino cristiano dopo tutto.
Decisamente, al signor arciprete non era possibile farla!
Malgrado la loro diversit, anzi, forse per questa, il cappellano e il signor arciprete andavano perfettamente d'accordo. Si pu anche dire che il signor arciprete era la sola persona della Pie' che il cappellano non cercasse di evitare e con la quale si abbandonasse, talvolta, a qualche confidenza.
Cos, una volta, incontrando il signor arciprete, che se ne tornava dalla sua quotidiana passeggiata alla Mist della Foce, da dove si godeva una bellissima vista, Don Matteo, dopo i saluti, gli parl di un suo progetto di metter su un pollaio, per aiutare un po' la sua magra mensa, confidandogli anche che si era gi provveduto di una gallina e di un gallo.
- Un gallo, avete detto, Don Matteo? - lo interruppe il signor arciprete - Guardatevene bene, Don Matteo.
E lo guard con aria di sorpresa.
- E perch? - azzard a sua volta Don Matteo.
- Perch - spieg, serio, il signor arciprete, parlando a bassa voce e scandendo le parole - perch in questo mese siamo sotto una cattiva costellazione, che appare solo una volta ogni cent'anni; e se, per caso, in questo mese, il gallo si mettesse a covare l'uovo della vostra gallina, potrebbe nascere... il basilisco!
- Il basilisco? - esclam con un balzo Don Matteo.
- S, il basilisco - conferm gravemente il signor arciprete. E per poco non scoppi in una sonora risata sulla faccia attonita di Don Matteo.
Don Matteo, preso da un terrore superstizioso e anche per non fare la figura dell'ignorante di fronte alla scienza del suo superiore, non os domandare di pi. Ma rimase taciturno e pensieroso; e, appena pot, sgattaiol, a passi frettolosi, verso casa. Non fece parola di quel colloquio con la serva; e tenne per s il pauroso segreto.
Il basilisco! In verit Don Matteo non sapeva bene che bestia fosse il basilisco; ma, senza dubbio, doveva essere qualche mostro spaventoso dell'inferno. Per un momento, pens di sbarazzarsi del gallo del malaugurio; ma poi, un po' per non rinunziare al progetto del pollaio, ora che gi aveva fatto la spesa del gallo e della gallina, un po' anche attratto, come succede a un uomo sospeso sopra l'abisso, dal fascino del suo stesso terrore superstizioso, si decise, sia pure con molta cautela, a tenere il pennuto, accadesse quel che poteva accadere.
Presa questa terribile decisione, il disgraziato Don Matteo, pi volte nella giornata, scendeva nel pollaio per mettere al sicuro l'uovo pericoloso, appena deposto dalla gallina, e per tenere d'occhio il gallo malefico, di cui spiava, a lungo, inquieto, l'aspetto e le mosse.
Per molti giorni, Don Matteo nulla not di anormale. Ma una mattina (era un tempo da tregenda, con lampi, tuoni, raffiche di pioggia e di vento da schiantare la casa), alzatosi sul fare dell'alba per dire la prima messa e sceso nel pollaio per la consueta ispezione mattutina, lo spettacolo inaudito e orrendo, temuto e atteso a un tempo, si present ai suoi occhi sbalorditi.
Il gallo diabolico era l, nel covo dove la gallina ignara soleva deporre il suo uovo quotidiano, e guardava il prete con occhi, che, a Don Matteo, parvero di fiamma, gorgogliando sordamente nella strozza suoni inconsueti e minacciosi.
- Ci siamo! - pens con terrore Don Matteo e un sudore freddo gli scese lungo il fil della schiena.
Guard, ancora quasi non volendo credere ai suoi occhi. Rest l, inchiodato dallo spavento; si fece il segno della croce e tent, in fretta, qualche esorcismo per impedire il sacrilego evento. Ma il gallo infernale non si mosse dalla sua posizione e continu a fissare il prete con aria di sfida, scuotendo, minacciosamente, la cresta sanguigna.
Allora, Don Matteo, reso folle dal terrore, afferr una pertica che era l, a portata di mano, e si avvent contro il gallo maledetto. Ma subito, spaventato dal suo stesso atto, usc a precipizio dal pollaio e corse dal signor arciprete a raccontargli la spaventosa avventura...
Il signor arciprete, che era ancora a letto, ascolt il racconto di Don Matteo senza batter ciglio; e quando questi arriv al particolare della pertica, gli chiese, con simulato orrore:
- E allora che cosa  successo?
- Allora - balbett Don Matteo, con voce ancor rotta dall'emozione - allora  successo che il gallo  balzato dal suo covo e mentre con un occhio guardava me, con l'altro - proprio cos disse Don Matteo - continuava... a covare l'uovo!
Il signor arciprete ruppe in una risata cos fragorosa che Don Matteo rimase senza parola.
- E adesso che cosa si deve fare? - chiese poi Don Matteo, con aria smarrita.
- Adesso - rispose l'arciprete, fattosi ancora serio e solenne - date retta a me, Don Matteo, andate in chiesa, dite per bene la vostra messa e, quando sarete tornato a casa, date ordine alla vostra serva di cuocervi quell'uovo; e beveteci su un buon bicchiere di vino. Quanto al gallo, fate cos: dategli per compagne altre galline e allora, invece di un magro uovo al giorno, potrete averne qualcuno di pi e farvi fare, ogni mattina, dopo la messa, una buona e sostanziosa frittata.
Don Matteo rimase a bocca aperta. Poi, ripreso fiato, scapp in fretta dalla stanza, convinto che quella diabolica faccenda del gallo avesse fatto dar di volta al cervello del signor arciprete.
Quando Don Matteo raggiunse la sua casa, un po' fuori dall'abitato, il temporale era cessato.
Una gagliarda raffica di vento aveva spazzato via la nuvolaglia. E il sole, affacciato a un grande squarcio di azzurro, sfavillava gaiamente sul tetto d'ardesia della casa, ancora bagnato di pioggia.
Come se ridesse, anche lui, alle spalle di Don Matteo! 
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GIOVANNI DAL SUEL.
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Nelle sere d'estate, a luna piena, Giovanni dal suel passava lunghe ore, vicino alla fontana, a suonare il suo zufolo.
Erano lunghe nenie lamentose, che egli modulava a estro e alle quali, di quando in quando, faceva eco il grido del barbagianni da una torre vicina o un coro di rane dai botri del piano.
-  Giovanni dal suel - diceva la gente del paese.
- Fa la serenata alla luna - dicevano le ragazze.
Poi, quando la luna era calata, all'orizzonte, dietro la Madonna del Monte e l'oscurit era scesa sulla valle, anche Giovanni smetteva di suonare e andava a dormire in qualche fienile del paese o delle case vicine.
Chi era Giovanni dal suel? Nessuno lo sapeva con precisione. Era venuto l, dopo la guerra, ma non si sapeva bene da dove: forse da qualche paese al di l dei monti.
Viveva alla ventura, come tante creature del buon Dio. Dormiva, secondo le stagioni, nei fienili o nelle stalle e mangiava la minestra dai contadini, che, volta a volta, aiutava nei lavori campestri o in altre faccende.
Parlava poco o nulla. Ma quando il discorso cadeva sulla guerra, una strana luce gli si accendeva nei suoi occhi, i tratti del suo viso si alteravano e come un tremito di bestia spaurita agitava tutto il suo povero corpo. E se ne andava mormorando parole incomprensibili. Per questo si diceva, in paese, che fosse stato la guerra a sconvolgergli il cervello.
Ma nessuno ne sapeva di pi.
Era buono e servizievole con tutti; ma non aveva mai voluto accettare un servizio o un lavoro fisso. Preferiva la sua vita libera e randagia. E quando lo prendeva l'estro si rintanava in qualche luogo solitario a suonare il suo suel.
Era un figlio di nessuno: ma tutti nel paese gli volevano bene.
Anche le ragazze lo trattavano con bont; perch avevano compassione di lui e anche perch era giovane e piacente, aveva due grandi occhi estatici da cane fedele e modi gentili, malgrado la povert della sua persona e l'umilt della sua vita.
Specialmente Maria, la figlia di Stevan dal Cis, aveva per lui particolari attenzioni. E quando Giovanni si trovava a lavorare presso la famiglia di lei, Maria non mancava di dargli, di nascosto, qualche bella fetta di "carsnta" o qualche bicchiere di vino.
Giovanni, arrossendo, accettava con gioia il dono, non perch fosse goloso, ma perch il dono veniva da lei. E Maria ne era felice.
Ma una volta, Maria, dopo avergli dato, come era solita, qualche cosa di buono, s'accorse che una piccola lagrima scendeva dagli occhi di Giovanni; e ne fu triste per tutta la giornata.
Qualche sera, Giovanni, passando vicino alla casa di Maria, che era fuori del paese, si sedeva sotto un pioppo poco discosto, tirava fuori il suo suel e modulava alla luna le sue nenie senza fine.
Era per lei?
Poi, un po' alla volta, il pioppo vicino alla casa di Maria divenne il luogo preferito da Giovanni, per le sue serenate alla luna.
- Maria, Giovanni dal suel  innamorato di te - le dicevano, ridendo, le amiche.
Ma Maria non rispondeva; e sentiva dentro una gran pena.
Passarono cos alcuni mesi.
Un giorno di settembre, dopo che la sera prima ebbe indugiato pi a lungo nella sua serenata alla luna, vicino alla casa di Maria, Giovanni scomparve dal paese; e non se ne seppe pi nulla.
Si cerc di lui, se ne domand nei paesi vicini; ma nessuno fu in grado di darne notizia. Si seppe solo che, quel giorno, era stato visto, col suo suel, prendere la via dei monti, solo come sempre.
Per ritornare al suo paese, al di l dei monti?
No, Giovanni non era partito per tornare al suo paese.
Ecco come and.
Quel giorno, adunque, Giovanni prese la via dei monti, err sulle groppe dell'Orsaro, poi a sera si ferm sull'alto di uno sperone roccioso, sospeso a strapiombo sulla valle, in fondo alla quale, lontano, si snodava la Magra, come un esile filo d'argento.
Lass, Giovanni, con grossi sassi adunati a fatica, si costru una specie di scanno: come un rustico trono di pietra, proteso nel cielo, a sfida del sole e dei venti della montagna.
Egli vedeva, di lass, paesi, villaggi e casolari sparsi nella valle sottostante e laggi, come sperduto nel fondo, il paese, che aveva lasciato e, vicino al paese, un piccolo punto bianco, quasi indistinto nel verde: la casa di Maria.
Verso sera, mentre il fondo della valle cominciava a tingersi d'ombre violette e dietro l'arco opposto dei monti, un lieve pulviscolo d'oro indicava l'ultimo segno del sole sceso al tramonto, Giovanni si sedette sul suo trono di pietra; e quando, poco dopo, la luna piena apparve, a un tratto, alle sue spalle e si lev nel cielo, illuminando a poco a poco i monti e la valle sottostante, soffusa d'un tenue chiarore d'alba, il figlio di nessuno estrasse dalla sua tasca il suel, fedele compagno della sua solitudine, e cominci la sua serenata. E continu a suonare tutta la notte, finch la luna, percorso l'intero arco del cielo, scese a nascondersi dietro la linea opposta dell'orizzonte, lasciando la valle nell'oscurit; mentre nel cielo, ancora soffuso d'un lieve chiarore, le stelle seguivano il loro cammino misterioso, come un immenso gregge splendente, migrante verso ignoti orizzonti.
Il giorno dopo, senza muoversi dal suo trono di pietra, e con gli occhi smarriti, fissi gi nella valle, sul piccolo punto bianco, perduto, lontano, nel verde, Giovanni attese ancora che spuntasse la luna per riprendere la sua serenata.
Quanti giorni e quante notti Giovanni pass lass, insensibile alla fame, alla sete, al freddo delle notti, immobile sul suo trono di pietra, in attesa di ricominciare, ogni sera, la sua serenata alla luna?
Nessuno lo sa.
Ma, quando, molto tempo dopo, un pastore, passando di lass, scoperse per caso, appoggiato allo schienale di quello strano trono di pietra, il cadavere di un uomo ormai irriconoscibile, che stringeva in mano un suel, si svel finalmente il mistero della scomparsa di Giovanni.
Si era lasciato morire lass, perduto in quella solitudine immensa, sotto il cielo infinito, sul suo trono di pietra, arso dal sole e flagellato dai venti, con i grandi occhi estatici, fissi lontano nella valle, verso un punto che lui solo sapeva.
- Povero Giovanni - disse la gente del paese, quando seppe la sua fine.
E Maria?
 IL MEDICO DI CERRI
Il medico di Cerri, o semplicemente "u dutture", come lo chiamavano nel selvatico dialetto di lass, era un uomo che aveva passato la sessantina; ma era ancora gagliardo e in gamba come un giovanotto.
Mangiatore e bevitore a tutta prova, gli piacevano la buona tavola e la buona compagnia. Ma non gli rincresceva la fatica; e d'estate o d'inverno, di giorno o di notte, a piedi o a cavallo, si vedeva sempre in giro per tutte le mulattiere e per tutti i sentieri della sua condotta, sostando ad ogni villaggio e a ogni casolare, dove ci fosse da visitare un malato o, meglio, da fare uno spuntino o da bere un bicchiere, oppure, in mancanza d'altro, da dir male del prossimo.
Infatti, il medico di Cerri aveva anche fama di essere una mala lingua.
Certo, non era un'arca di scienza. Ed era, per giunta, tagliato con l'accetta; malgrado il suo sussiego dottorale e un certo suo pretenzioso modo di vestire, cui davano il tono un immancabile cappello duro di vecchia foggia e una veneranda giubba a falde, avanzo d'altri tempi. Precauzioni, a suo giudizio, necessarie per mantenere le debite distanze tra lui e quei zoticoni di lass e che facevano un bizzarro contrasto con le sue grosse scarpe ferrate, esperte di tutti i pi ardui sentieri della montagna.
Per, non era un tnto. Anzi, scarpa grossa e, in un certo senso, cervello fino: proprio come quella gente di montagna, affidata alle sue cure e in mezzo alla quale viveva da molti anni.
Ma, tutto sommato, non era ben visto: forse per quel suo difetto della lingua lunga, che non perdonava a nessuno. Cos, ogni tanto, quei montanari gliene combinavano di quelle che sarebbero bastate per far sloggiare da Cerri chiunque altro non avesse avuto la pelle dura come lui. Ma il dottore non badava a tutto ci; e li ripagava con la stessa moneta. Anzi, come dicevano i maligni, si vendicava mandandone all'altro mondo quanti pi poteva!
Se ne raccontano d'ogni colore di lui. Una volta, che era gi sull'imbrunire, tornando da una visita in una frazione lontana, mentre attraversava una localit solitaria, che per giunta portava il nome poco allegro di Groppo dei Morti, dal folto di una macchia di noccili selvatici, gli fu sparato un colpo di fucile a pallettoni, uno dei quali gli pass da parte a parte l'immancabile cappello duro. A quel saluto inatteso, il dottore si mise a gridare con quanta voce aveva in corpo: - Fermatevi! Sono il dottore! - Ma, dal folto della macchia, una voce gli rispose, con tono beffardo: - Ben per ci ch'te u dutture! - Non era il caso di replicare; e il dottore, mezzo morto dallo spavento, se la dette a gambe, come una lepre, raggiungendo, in un batter d'occhio, il paese.
Ma non sempre si arrivava a questi estremi. Il pi delle volte, anzi, quei montanari, che, in fatto di malizia, ne sapevano una pi del diavolo, si limitavano a giocare al dottore qualche tiro birbone, che faceva ridere alle sue spalle tutta la gente di Cerri e dei paesi vicini. Ma il dottore, che, birberia per birberia, non la cedeva n a loro n al diavolo, qualche volta riusciva a rendere pane per focaccia e in modo da lasciarli col danno e con le beffe. E allora a ridere era il dottore; e la sua lingua faceva il resto.
Ecco qui una di quelle complicate schermaglie, senza esclusione di colpi, che spesso si impegnavano tra il dottore e i suoi antagonisti e che ancora, a distanza di anni, si raccontano a Cerri, a veglia, nelle lunghe serate d'inverno, accanto alla fiamma, mentre fuori si lamenta la tramontana, risvegliando gli echi misteriosi della montagna.
Era, adunque, un giorno di carnevale e il dottore, come si dice lass, era "di nozze": cio festeggiava con grande solennit il matrimonio della sua ultima figliuola. Il pantagruelico banchetto, secondo gli usi tradizionali della montagna, cominciato a mezzogiorno, durava gi da parecchie ore; ed ancora non si era sul pi bello!
Quand'ecco, in mezzo all'allegria conviviale, alcuni colpi battuti violentemente alla porta, fanno cessare, come per incanto, il clamore dei commensali, che si guardarono in faccia. - Sar una chiamata! - brontol il dottore e si alz, di malumore, per andare a vedere chi era l'importuno, che veniva a guastare la festa.
Era proprio una chiamata. E l'importuno era Angi, figlio minore di Pinon da Roncovecchio, un villaggio sperduto tra i monti, che veniva, trafelato per la corsa, a chiamare il dottore, perch suo padre stava male: proprio male da morire!
- E da quando sta male? - domand il dottore?
- Da questa mattina, signor dottore. Ma ora sta proprio male; non pu pi respirare... Sta per morire.
- Ma non pu essere niente di grave. Sar il solito suo asma. Verr domani; oggi, non posso... Ti dar una medicina...
- No, signor dottore: deve venire subito - insist Angi - Le dico che mio padre sta proprio per morire e lei non pu lasciarlo morire come un cane.
Davanti all'insistenza del giovane, il dottore cominci a sentirsi perplesso. Angi ne approfitt per incalzare:
- Vnta chi vgna fito, siur dutture! Lei solo pu salvarlo!
Un po' per scrupolo, un po' lusingato da quest'ultima frase, il dottore fin per arrendersi. Risal le scale per avvertire che doveva andare fino a Roncovecchio per visitare Pinon, che stava male da morire, assicurando che, tra un paio d'ore al pi tardi, sarebbe stato di ritorno. Si accomiat dai commensali, scese nella stalla, si fece aiutare da Angi a insellare la sua vecchia cavalcatura, l'inforc con qualche fatica e via di buon passo alla volta di Roncovecchio: lui avanti, taciturno e imbronciato per la festa dovuta lasciare a met, l'altro dietro con aria sorniona, ridendo sotto i baffi per il tiro cos ben riuscito.
...
...   ...
Perch era proprio un tiro birbone, che quelli di Roncovecchio avevano voluto fare, proprio in quel giorno di festa, al loro dottore. L'idea era venuta, quella mattina stessa, a quel malanno di Iacp della Volpe, quando si ricord del matrimonio della figlia del dottore.
- Bisogna guastare la festa al dottore - pens - e farlo venire quass, proprio quando si trova a tavola a riempirsi la pancia di buoni bocconi! - Ma dove trovare l'ammalato? Gli venne in mente che c'era Pinon, un vecchio asmatico, che da un paio di giorni si era messo a letto per uno dei soliti attacchi del suo male. Era quello che ci voleva. Ne parl ai due figli, Tognonc e Angi, che senz'altro trovarono magnifica l'idea. Ma prima bisognava preparare il vecchio; e se ne incaricarono proprio quegli scavezzacolli dei suoi figli.
Cos, concertato il piano diabolico, Tognonc, seguito da Angi, sal nella camera del padre, che si trovava a letto, e, con una faccia d'occasione, gli domand come stava. Neppure a farlo apposta, il padre, quella mattina, si sentiva meglio: ma quei bricconi non abbandonarono la partita.
- Eppure avete una brutta cera, p! - ribatt, osservandolo con simulato interesse, Tognonc.
- Una brutta cera?
- S, proprio una brutta cera: si vede che, stanotte, non avete riposato bene.
- A dire la verit ho dormito poco - consent il padre - ma, grazie a Dio, ora mi pare di star bene.
- Non vi fidate, p. Vi dico che avete una brutta cera, credete a me,  uno specchio che non inganna mai! Vedrete che vi ripiglier l'asma e passerete una brutta serata e una notte peggiore. Se fossi in voi, manderei a chiamare il dottore.
- Il dottore? Ma che cosa dici Tognonc?
- M a digo ch'a ne st brisa ben e che bisogna chiamare il dottore, p!
- S,  meglio chiamarlo - rincalz a sua volta Angi.
- Ma, oggi, il dottore  "di nozze" - osserv il padre - E disturbarlo proprio oggi non va bene. E poi speriamo che l'asma non venga.
- V'ingannate, p! Avete bisogno del dottore; e il dottore dovr venire, anche se oggi  "di nozze".
Il pover'uomo cominciava a non sentirsi pi tranquillo. Gli pareva anche di respirare con difficolt e guardava ora Tognonc ora Angi, come per spiare, sui loro visi, la verit. Ma s: respirava proprio male e, per giunta, provava un'oppressione al petto, come quando stava per venirgli il male, e gli pareva di soffocare.
- Tognonc dove sei? Mi sento un po' male.
- Ve l'ho detto, p; ci vuole subito il dottore - fu pronto a rispondere quella birba. E aggiunse: -  meglio chiamarlo subito. Non bisogna aspettare che il male si faccia grosso. Curato subito, vedrete che passer!
Il padre, con un sospiro, si rassegn; Tognonc e Angi, usciti nella strada, riferirono ai compari, che attendevano impazienti, l'esito della loro impresa. E, senz'altro, fu deciso che Angi, il pi giovane dei due figli, sarebbe sceso a Cerri per chiamare il dottore, regolandosi in modo da arrivare alla casa di lui proprio quando il pranzo di nozze era nella sua fase culminante.
E, come abbiamo visto, il dottore aveva abboccato.
...
...   ...
Da Roncovecchio a Cerri ci voleva circa un'ora. E dopo due ore, Angi era di ritorno col dottore: questi curvo sulla sua bestia arruffata, quegli dietro che scoppiava dalla voglia di ridere.
Giunti alla casa di Pinon, che era l'ultima del villaggio, il dottore scese da cavallo e, accompagnato dai compari, che gli erano venuti incontro con aria compunta, entr nella casa del malato, quando gi cominciava a far sera.
- Cosa c' di nuovo, Pinon? - disse il dottore con tono rude, appena entrato nella stanza, dove la moglie del malato s'affrett ad accendere una lucernina ad olio.
- A stag ma', siur dutture - si lament il malato.
- E da quando? - domand il dottore, ripetendo la domanda che gi aveva fatto al figlio.
- Da questa mattina, signor dottore. O meglio, questa mattina, mi pareva di star bene. Ma mio figlio Tognonc, appena entrato nella camera, s' accorto che avevo una brutta cera e ha voluto che si venisse a chiamare lei. Me ne rincresce, signor dottore, perch oggi lei  "di nozze". Ma ora che  venuto, comincio a sentirmi pi tranquillo.
Il dottore cominci il suo interrogatorio; e, mentre interrogava il malato, teneva d'occhio i compari, che stavano, in silenzio, intorno al letto, nella penombra della stanza, male rischiarata nella luce fumosa della lucerna, e si scambiavano occhiate d'intelligenza e facevano sforzi per mantenersi composti. Il dottore se ne accorse e l'ombra di un sospetto gli attravers, d'un tratto, il cervello. Si curv sul malato, lo esamin, lo compuls, e il sospetto si fece certezza.
Quei furfanti lo avevano burlato! Non disse nulla, ma pens di beffarsi, a sua volta, di loro, conducendo a fondo il gioco, per suo conto.
- Avete ragione, Pinon - disse il dottore, facendosi scuro in viso - State molto male!
Il disgraziato Pinon, che aveva ripreso fiato alla venuta del dottore, si abbandon sui cuscini, come colpito da una sentenza inesorabile. Torn a respirare affannosamente, fissando gli occhi smarriti ora sul dottore, ora sui figli, ora sugli altri presenti, come un naufrago che sta per affogare. Accanto al capezzale, la moglie si copr la faccia con le mani; e rimase senza parola. A quel colpo di scena, anche i figli di Pinon cominciarono a sentirsi turbati, impressionati dalla piega che prendeva la faccenda.
Solo il dottore, pi che mai di cattivo umore per il brutto tiro che gli avevano giocato, si manteneva duro e impassibile: ma, in cuor suo, era soddisfatto per aver trovato il modo di rendere la pariglia a quei gaglioffi.
- S, va molto male! - ripet appena fu uscito dalla stanza del malato, avviandosi verso la cucina, dove era acceso il fuoco - Non c' che un mezzo per salvarlo. Ma bisogna andare subito a Pontelungo, dal farmacista Giulebboni, a prendere la medicina che ora vi scriver; e se arrivate in tempo a farla prendere a vostro padre, pu darsi che, per questa volta, ci rimetta una pezza!
Bisogna notare che a Cerri non esisteva farmacia e che, quando occorreva una medicina, quei montanari dovevano scendere fino a Pontelungo, distante da Cerri non meno di quattro ore di cammino a piedi. Un bel viaggio, come si vede!
Il dottore si accost al fuoco, si dette una scaldatina alle mani; poi si sedette ad un vecchio tavolo sgangherato, estrasse dalla tasca un foglio di carta e sotto gli occhi spalancati degli astanti, vi scrisse con la matita queste misteriose parole: Recipe H2O di secchiello gr. 300. Prepara secondo arte. Un cucchiaio ogni quarto d'ora. E, sotto, il ghirigoro della sua firma. Sul retro del foglio aggiunse: Urgente! Al farmacista Giulebboni, Pontelungo.
"H2O": per fortuna, la formula chimica dell'acqua era una delle parole che si ricordava il dottore! Scritta la ricetta, la pose a Tognonc, si alz e, con voce solenne, gli raccomand:
- Dovete andare dal farmacista Giulebboni; lui solo conosce questa medicina. Bisogna darne a vostro padre un cucchiaio ogni quarto d'ora. Se arriverete a tempo, dopo pochi cucchiai, sar fuori pericolo!
Poi rivolgendosi ai due fratelli, ormai allocchiti dalla sorpresa e dallo spavento e, un po', anche dal rimorso, e, guardando il pi giovane con una punta di malignit:
- Dovete andare tutti e due - disse - Uno solo non  prudenza, con questa sera d'inverno: potrebbe capitargli un incidente ed ogni ritardo sarebbe fatale. Invece, in due, se uno non arriva, arriva l'altro; e vostro padre si salva! Ma bisogna partire subito: non c' tempo da perdere! Intanto, fino a Cerri, faremo la strada insieme.
Usc che gi annottava: nel cielo si accendevano le prime stelle.
Rimont a cavallo e riprese la via di Cerri, preceduto da Tognonc che teneva in mano una lanterna per rischiarare la via, e seguito da Angi: entrambi presi ormai da un superstizioso terrore per tutto quello che stava accadendo.
E questa volta, a ridere sotto i baffi, era il dottore.
Giunti, che era gi notte alta, alla casa del dottore, questi si accomiat dai due accompagnatori, con l'ultima raccomandazione di far presto. E, mentre i due filavano via di buona gamba, al fioco lume della lanterna, presto inghiottiti dall'oscurit, egli se ne torn tranquillamente, e senza far motto della beffa, a riprendere il suo posto tra i commensali; ch il pantagruelico banchetto continuava pi allegro che mai ed era ormai, davvero, sul pi bello.
...
...   ...
Dopo pi di quattro ore di cammino nella notte buia e fredda di febbraio, i due allocchi raggiunsero Pontelungo, quando era suonata gi da un po' la mezzanotte. Andarono a picchiare alla porta del farmacista Giulebboni, che era anche lui di Cerri e che, per quanto trapiantato a Pontelungo da parecchi anni, conosceva vita e miracoli dei suoi vecchi compaesani.
Dopo qualche minuto d'attesa, s'apr a mezzo una finestra e Giulebboni, ancora assonnato, grid dall'alto:
- Chi ?
- Siamo noi.
- Chi noi?
- Siamo di Cerri. Sa, i figli Pinon di Roncovecchio.
- Ah! E che cosa avete a quest'ora?
- Ci ha mandati il dottore. Nostro padre sta male!
La finestra si richiuse e, poco dopo, s'apr la porta della farmacia: quanto bastava per lasciar entrare i due fratelli. Entrati che furono, Giulebboni li interrog.
- Che cos', adunque, successo?
-  successo - rispose Tognonc, guardandosi bene dal raccontare la verit - che, ieri sera, mio fratello and a Cerri a chiamare il dottore, perch nostro padre stava male. Il dottore era "di nozze" e non voleva venire; ma Angi ha insistito e allora  venuto. Ha trovato che nostro padre stava proprio male e, allora, ci ha subito mandati da lei a prendere la medicina.
Giulebboni sbirciava i due al disopra degli occhiali, come se non vedesse chiaro in tutta quella faccenda. Conosceva bene i suoi polli di lass; e, da quando poteva ricordare, era la prima volta che il dottore gli spediva dei clienti a quell'ora e con tanta premura!
- Date qui! - disse allungando la mano, mentre Tognonc gli consegnava la ricetta. Giulebboni la lesse e torn a guardare i due. Cap a volo che c'era sotto qualche grossa diavoleria, combinata da quel tipo del dottore; e, senz'altro decise di tenergli bordone.
- Avete fatto bene a venire subito! A giudicare dalla medicina, che ha ordinato il dottore, vostro padre deve stare molto male!
Si ritir nel retro bottega, scelse una bottiglia adatta, la riemp d'acqua, vi aggiunse qualche goccia di sostanza colorante e qualche altra di essenza aromatica; torn in farmacia, incoll sulla bottiglia un cartellino con su scritta la magica formula - H2O di secchiello ecc. - la agit ben bene sotto il naso dei due fratelli, pi stupefatti che mai, la incart con cura e, con gesto misterioso, la consegn a Tognonc, dicendo:
- Bisogna darla a cucchiai: uno ogni quarto d'ora! Ma prima di usarla, dovete agitarla bene, come ho fatto, ora, io.
E aggiunse:
- La segner nel vostro conto.
I due ringraziarono, salutarono e fecero per uscire. Ma Giulebboni li richiam indietro:
- Scusate se entro nei vostri interessi: ma sono amico della vostra famiglia. Vostro padre ha fatto testamento?
I due si guardarono in faccia e dissero di no. Allora Giulebboni abbass la voce, come per dare un tono pi solenne alle sue parole e aggiunse:
- Allora, date retta a me: ci vuole anche il notaio. Andate dal notaio Garbuglia, che sta qui vicino e che  il notaio di tutti quelli di Cerri. Svegliatelo e portatelo subito da vostro padre, senza perdere un'ora. Avete capito? Domani, forse, sarebbe troppo tardi!
I due rimasero a bocca aperta: ma poich si trattava di cosa che era nel loro interesse, accettarono, senza fiatare, il consiglio, decisi a rompere il sonno anche al notaio.
- Non tutti e due! - precis Giulebboni. - Tu - disse a Tognonc, che aveva ritirata la bottiglia - devi partire subito con la medicina, perch non c' un momento da perdere. E tu - disse ad Angi - va a svegliare il notaio; e non muoverti di l, fino a che non s' deciso a venire. Ricordati che ha il sonno duro!
E, con quest'ultima raccomandazione, Giulebboni li accompagn alla porta, sprang questa dal di dentro, mandandoli al diavolo; dopo di che, contento di essersi vendicato, a sua volta, dei due importuni, torn a cacciarsi sotto le coltri, spense il lume e si addorment nel suo pi placido sonno farmaceutico.
...
...   ...
Mentre Giulebboni dormiva ancora della grossa a Pontelungo, il dottore di Cerri, fin dall'alba, era in piedi, curioso di raccogliere notizie sull'avventura del giorno precedente. Cos, appena uscito di casa, s'imbatt nella Catinela, la serva dell'arciprete, che, a sua volta e senza averne l'aria, veniva in cerca di lui per informarsi della malattia di Pinon da Roncovecchio.
- Bon d, siur dutture! - fece la donna, appena lo vide.
- Buon giorno, Catinela! - rispose il dottore, avvicinandosi alla donna, non meno curiosa di lui e che, in fatto di pettegolezzi, poteva dare dei punti a lui e a tutti.
- E dunque - riprese colei, con aria sorniona - che cosa  capitato a Pinon da Roncovecchio? Si figuri che, sar appena mezz'ora, mentre uscivo dalla canonica, insieme con il signor arciprete, per andare in chiesa,  passato Angi, il figlio di Pinon, che tornava da Pontelungo col notaio, per fare il testamento! Allora il signor arciprete, quando ha sentito che Pinon stava cos male, ha voluto andare anche lui a Roncovecchio per raccomandargli l'anima, perch adesso, lass, non ci sono preti e ci va l'arciprete...
Questa volta fu il dottore ad impensierirsi. Quella complicazione del notaio e dell'arciprete, fu un colpo per lui! E se l'apparizione di quei due personaggi, che non poteva essere di buon augurio, avesse dato il colpo di grazia a Pinon? Dopo tutto anche lui, il dottore, ci aveva la sua parte in quella faccenda; e poteva nascerne qualche grosso guaio.
Non che, a dire la verit, gli importasse molto di Pinon. Morto meno, morto pi, fosse anche Pinon, non era questo che turbava il dottore: ai morti ormai ci aveva fatto il callo! Ma guai, per s, proprio non ne desiderava. Bisognava, adunque, raggiungere l'arciprete e il notaio prima che arrivassero da Pinon; e se, al punto in cui era giunta tutta quella montatura, non era possibile evitare l'incontro, bisognava almeno condurre le cose in modo che l'avventura non portasse a una catastrofe, con tutte le conseguenze che potevano nascere.
Presa questa decisione, il dottore piant in asso la donna, che cercava di saperne di pi, risal in casa per avvertire che doveva tornare subito a Roncovecchio e poich, data la gelata che aveva fatto nella notte, non era prudente avventurarsi a cavallo per le mulattiere della montagna, s'avvi a piedi sui passi della comitiva, che lo precedeva, e che si proponeva di raggiungere ad ogni costo. Ma quei diavoli dovevano avere le ali ai piedi, perch il dottore, per quanto allungasse il passo, non riusc neppure ad avvistarli. Anzi, quando, soffiando come un mantice, arriv alla casa di Pinon, l'arciprete e il notaio si trovavano gi presso il malato.
- E adesso chi sa che cosa succede! - pens tra s. E, a sua volta, sal le scale ed entr nella stanza.
 facile immaginare la sorpresa di Pinon, quando vide entrare l'arciprete e il notaio. Ma, per fortuna, li aveva preceduti, di quasi due ore, Tognonc con la medicina miracolosa; e tanta era la fiducia di Pinon che, appena ne ebbe ingollato un cucchiaio, si era subito sentito un altro. E poich, in quelle due ore, i cucchiai erano stati parecchi, cos l'apparizione dei due inattesi visitatori, passata la prima sorpresa, non lo spavent; tanto che, quando, poco dopo, ormai sfiatato dalla corsa, entr anche il dottore, Pinon, in uno slancio di riconoscenza lo salut.
- Bon d, siur dutture! S'a n'ra la medscina, da st'ura ra morto.
Il dottore si rasseren; e si sent sollevato da peso.
- Ve lo dicevo io! - si limit a rispondere il dottore senza tradirsi. E, impadronendosi della bottiglia, che faceva bella mostra di s accanto al letto, perch l'arciprete ed il notaio non fossero tentati a leggere il cartellino rivelatore, s'avvicin a Pinon con ipocrita premura:
- Ancora un cucchiaio e poi basta; perch ormai siete guarito - e, cos dicendo, colm egli stesso il cucchiaio, lo accost alle labbra del villano e lo vers nella sua bocca spalancata, con una grazia di suora di carit, facendo poi, con disinvoltura, scomparire dalla vista la bottiglia, perch la pericolosa scritta del cartellino non cadesse sotto gli sguardi indiscreti dell'arciprete e del notaio.
Pinon ringrazi, con effusione, il dottore e disse che, ormai, stava bene e che, anzi voleva alzarsi da letto. Il notaio e l'arciprete si scambiarono occhiate di sorpresa e guardarono, poi, il dottore, come per domandargli che mistero era quello. E il dottore, visto che oramai bisognava tagliare corto alla commedia, per evitare altre complicazioni, da quel vecchio volpone, che, qualche volta, sapeva essere, trov subito il modo per sciogliere, per il momento, l'ingarbugliata matassa. S'avvicin a Pinon e, battendogli amichevolmente sulla spalla, gli disse:
- Caro Pinon, visto che oramai state bene, l'arciprete ed io ci siamo di troppo e vi salutiamo. Quanto al notaio, ormai che  venuto fin quass, non vi resta che prendere questa occasione per fare le cose vostre per bene, da quel buon padre di famiglia che siete, e per giunta in buona salute. Tanto, o prima o dopo, anche a questo bisogna pur pensarci, quando, come voi, si ha la fortuna di avere qualche cosa al sole. E prima si fa e meglio ; e non ci si pensa pi. Non  vero arciprete?
- Il dottore ha ragione - approv l'arciprete, visto che per lui non c'era pi nulla da fare. - Pinon arrivederci e... campate cent'anni!
Pinon, e pi i figlioli, con l'idea dell'eredit, furono dello stesso parere. E cos, mentre il dottore e l'arciprete se ne andavano, con i ringraziamenti di Pinon, il notaio, invitati anche gli altri a uscire, tir fuori carta, penna e calamaio e si accinse a scrivere il testamento di quel babbeo, pi convinto che mai di essere stato salvato dalla medicina miracolosa del dottore.
Che cosa contenesse precisamente il testamento non si seppe per allora, perch Pinon volle che restasse segreto. Ma, quando, pochi mesi dopo, Pinon pass, davvero, a miglior vita, non per l'asma, ma per una scorpacciata di funghi - per la quale, questa volta, non valsero le medicine del dottore - e si conobbero finalmente le ultime volont del defunto, i due figli rimasero con un palmo di naso, dopo che appresero che vi era anche un legato di cinquecento lire per il dottore, per aver salvata la vita del padre con quella medicina prodigiosa!
E quando, a poco a poco, sia da qualche confidenza del dottore - ormai che l'altro era morto poteva parlare - sia da qualche sfogo dei figli di Pinon, si venne a conoscere come erano andate le cose,  facile immaginare le risate di quei montanari alle spalle dei due pifferi, che erano andati per suonare ed erano rimasti, invece, suonati.
E chi ci guadagn, quella volta, fu il dottore e non solo per il legato di Pinon, ma per la reputazione che si acquist, se non proprio per la sua sapienza medica, per la sua abilit di uomo furbo, al quale era difficile farla, senza averne la peggio.
Di quell'avventura si parl, in lungo e in largo, per vario tempo, a Cerri. Ed anche ora - e ne sono passati di anni! - e dopo che, uno alla volta, se ne sono andati tutti i protagonisti, se ne parla ancora lass, nelle lunghe serate d'inverno, accanto alla fiammata, mentre, fuori, passa urlando la tramontana, risvegliando, di valle in valle, gli echi lamentosi della montagna.
Vecchie storie del tempo che fu!
...
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...
FINE.